Sabato 14 ottobre 2023
Sta iniziando la controffensiva via terra di Israele ed è scaduto da qualche ora il termine indicato alla popolazione palestinese per spostarsi verso sud.
Ho appena ascoltato alla radio un bellissimo intervento della segretaria del PD, intessuto di buoni principi del tutto condivisibili, ma totalmente privo di qualsiasi indicazione concreta sul da farsi.
Tutti, lei compresa, invocano dei corridoi umanitari per garantire una via di fuga sicura agli sfollati. Ma, mi chiedo, corridoi diretti verso dove? Escluse per evidenti motivi le vie aeree e quelle marittime, l’unica possibilità attuale è la via di terra, con uno sbocco naturale nel deserto del Sinai. Non oso pensare come potrebbe essere un immenso campo profughi in quella zona inospitale, tutto da inventare, con enormi problemi logistici, con il rischio di protrarsi per anni, senza alcuna reale prospettiva, se non la mera sopravvivenza.
I giovanissimi sono meno attaccati alla loro terra degli adulti – a Gaza più del 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Gli anziani, viceversa, sono molto legati alle loro cose – ma gli ultrasessantenni lì sono meno del 5%.
Del resto (può sembrare un’osservazione cinica, ma purtroppo è la pura realtà) già ora, e a maggior ragione al termine della controffensiva di Israele, a Gaza rimarrà ben poco da “salvare”.
La popolazione è stata invitata a spostarsi a sud, ma tutti quelli che vorrebbero scappare, per salvare almeno la vita, si sarebbero diretti comunque, e si stanno in effetti dirigendo, verso sud, verosimilmente verso il valico di Rafah, che però al momento è inagibile; ad ogni modo sembra che l’Egitto si rifiuti di accoglierli.
Dunque, secondo me, l’intervento da mettere in atto subito sarebbe quello di organizzare il loro trasferimento[1], in condizioni di sicurezza, in Cisgiordania, con mezzi predisposti congiuntamente da Israele, Egitto e UNRWA, attraverso un corridoio approntato da Israele sul suo territorio.
Spostare un paio di milioni di persone in pochi giorni non è uno scherzo, ma si può fare. Il sud di Gaza e di Israele sono relativamente tranquilli e la distanza tra i due attuali territori palestinesi è contenuta. Per esempio, dal Kerem Shalom check-point fino al confine con la Cisgiordania (sulla 60, poco a nord di Meitar) la distanza è di circa 130km, lungo le strade n. 10, 2114, 211, 40 e 60.
Guardando al futuro, potrebbe essere forse l’unico modo per trasformare una tragedia in una opportunità storica. La striscia di Gaza potrebbe essere bonificata e poi annessa definitivamente, con tutti coloro (miliziani e terroristi ovviamente esclusi) che desiderassero rimanervi come pacifici cittadini israeliani. In cambio la maggior parte dei palestinesi si troverebbero uniti, su un territorio non frazionato, e la Cisgiordania (magari un po’ “ripensata”, con il sacrificio di qualche insediamento più recente dei coloni) potrebbe diventare finalmente il loro Stato Palestinese, riconosciuto internazionalmente.
Naturalmente va messo in conto che Hamas (ma non credo che uscirà molto forte da questa vicenda) si opporrebbe in tutti i modi possibili a questo progetto, senza alcuno scrupolo nei confronti dei suoi connazionali, usati da tempo come scudi umani, esattamente come gli ostaggi. Questa prospettiva potrebbe invece essere accolta con favore da Abu Mazen, come un’occasione per ritrovare (se mai li ha avuti) un ruolo ed una consistenza politica.
Inoltre, tutti gli sforzi, l’organizzazione e le spese della comunità internazionale per aiutare gli sfollati da Gaza non avrebbero un orizzonte limitato, esclusivamente dettato dall’emergenza, ma potrebbero guardare, sin da subito, un po’ più lontano.
Da ultimo non va trascurato il fatto che l’estensione della Cisgiordania è più di 15 volte quella della striscia di Gaza, mentre l’attuale popolazione è solo del 20% superiore. Dunque non si porrebbe alcun serio problema di densità della popolazione, che aumenterebbe in modo contenuto, sfiorando al massimo i mille abitanti per km2 (meno della metà di Roma), mentre quella attuale di Gaza è di ben 4.000 abitanti per km2.
[1] Libero trasferimento in un’altra parte del loro Paese, tra connazionali, si badi bene, non “deportazione”.