Popolo inerte.

Probabilmente è solo un’idea “romantica”, ma ho sempre pensato che nessun regime oppressore al mondo possa reggere quando una larga parte del suo popolo gli si rivolti contro. È vero che i governi autoritari e dispotici hanno saputo dotarsi, sempre ed ovunque, dei mezzi necessari per diffondere false verità sulla reale situazione e per sopprimere sistematicamente e violentemente ogni possibile forma di dissenso. Rimane però, in ogni caso, un punto di rottura, oltre il quale sono destinati, secondo me, a soccombere. La storia c’insegna che, in genere, non si tratta di un passaggio luminoso, che apra immediatamente delle prospettive di una rinascita rapida e felice; quasi sempre segue un periodo, più o meno lungo, di caos e di sofferenze. Ma è comunque un passaggio ineludibile.

Sono convinto che Hamas abbia scientemente sacrificato i palestinesi di Gaza al suo progetto politico e che essi siano stati vittime di questo cinico e barbaro disegno, prima ancora che delle bombe e delle atrocità israeliane. Questa interpretazione è condivisa dai palestinesi?

Questione analoga, benché molto diversa, si è appena posta per gli iraniani dissidenti. Perché non hanno approfittato delle recenti vicende belliche per scendere in piazza e rovesciare il regime? Mi rispondo che, come per i gazawi, quando sei sotto le bombe l’unico imperativo immediato è cercare di sopravvivere. Poi, aggiungo, perché c’è una parte consistente della popolazione iraniana che, a giudicare dalle manifestazioni di piazza precedenti all’attacco congiunto di USA e Israele del marzo 2026, era a favore del regime e probabilmente lo è ancora.

Ma mi sembra che ci sia anche un altro aspetto, raramente ricordato quasi per pudore, che alla fine è forse determinante: l’orgoglio nazionale, nelle sue forme più tradizionali. Per noi occidentali scafati, pasciuti e in pace da ottant’anni, non è facile oggi immedesimarsi e cogliere la forza di questo sentimento popolare. Tuttavia è quello che, nel momento in cui ci si sente attaccati dall’esterno, porta a stringersi comunque intorno ai propri governanti, per quanto criticabile o talvolta deprecabile sia stato il loro comportamento precedente: che porta la maggioranza degli israeliani ad accettare comunque il governo Netanyahu; che ha dato la forza agli ucraini di resistere, in questi ultimi quattro anni, alla prepotenza dell’invasore russo; e ai nostri padri e ai nostri nonni di resistere all’invasore nazista e al Governo fascista, contribuendo infine a liberare il Paese. Però, non dimentichiamolo, nel caso italiano le forze alleate misero effettivamente i loro boots on the ground. Se così non fosse stato, saremmo riusciti, noi da soli, a cambiare il nostro destino? Inoltre, onestamente, al netto delle forzature e dei “pasticci” elettorali, i quasi undici milioni d’italiani che nel giugno del 1946 votarono a favore della monarchia (e probabilmente anche molti degli altri che votarono a favore della repubblica) erano davvero antifascisti convinti? I 3,5 milioni dei 6,5 milioni di votanti che ieri, esprimendosi per Magyar, si sono in realtà dichiarati a favore di Bruxelles e contro Mosca, sono davvero tutti fermi oppositori di Orban? Se ipotizziamo (con molta prudenza) che anche solo il 7% di loro (250 mila) abbiano fatto una scelta essenzialmente economica e non politica, la metà esatta di quel Paese risulterebbe ancora favorevole alla politica espressa fino a 24 ore fa dall’autocrate Orban. È cambiato il Governo ungherese; ma cambierà anche il “regime” ungherese?

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