La vite a rulli planetari, che probabilmente pochi di noi hanno sentito anche solo nominare, trasforma il movimento rotatorio in spinta lineare in modo molto fluido ed è una componente fondamentale degli odierni umanoidi. Infatti, oltre alla percezione, realizzata mediante sensori d’ogni tipo, e alla parte cognitiva, responsabile della pianificazione e delle decisioni (c.d. “cervello grande”), il funzionamento scorrevole dei giunti è di cruciale importanza per l’equilibrio e la coordinazione, al centro del controllo motorio (c.d. “cervello piccolo”).
Al momento attuale le imprese produttrici di viti a rulli planetari sono ancora concentrate prevalentemente in Europa e negli Stati Uniti; ma naturalmente l’industria cinese sta facendo ogni sforzo per rendersi autonoma anche sotto questo profilo. Infatti, la Cina ha recentemente incluso la robotica tra i suoi obiettivi pluriennali di sviluppo (XV piano quinquennale 2026-2030) e le principali imprese tecnologiche avanzate, produttrici di robot umanoidi, sono già tutte cinesi, con il 90% delle vendite mondiali: Ubtech, Unitree, Fourier Intelligence, Agibot e Xpeng, per citare le prime cinque.
La versione più recente dell’umanoide di Unitree Robotics, con una corporatura simile a quella di un maschio umano (180 cm di altezza e 70 kg di peso, batterie comprese) e in grado di supportare diversi modelli di AI, è dotata di un’eccellente mobilità ed esegue ormai con molta naturalezza qualsiasi movimento, capriole e salti mortali compresi.
Iron, l’umanoide di Xpeng, ha recentemente suscitato grande stupore per la sua camminata, così simile alla nostra da far sospettare inizialmente che dentro l’involucro esterno ci fosse in realtà una persona umana.
Molto presto l’AI tenderà a dotarsi di sua iniziativa della fisicità necessaria per estendere la sua natura digitale e connettersi del tutto con le cose del mondo, frequentandolo direttamente. Siamo portati a pensare che lo farà impiegando gli attuali robot, che magari avrà perfezionato, da par suo, contribuendo tra l’altro a colmare l’attuale gap di crescita tra cervello grande e cervello piccolo. Tuttavia, gli odierni robot umanoidi sono fatti di acciaio, alluminio, titanio, carbonio, polimeri vari e traggono la loro “vita” dall’energia fornita da batterie; perché non integrarli con componenti biologiche o addirittura sostituirli (anche se fra cinquant’anni) con esseri realmente “viventi”? È un futuribile abbastanza agghiacciante per la sensibilità di noi umani, ma l’AI potrebbe invece realizzarlo autonomamente senza alcuna particolare ritrosia etica, ove ritenesse utile e conveniente generare ed impiegare organismi biologici complessi per scopi specifici. Non dimentichiamoci che il dogma dell’AI è “ottimizzare” …
La biologia sintetica ha fatto negli ultimi anni progressi incredibili. Uno dei primi passaggi cruciali è stato compiuto tra il 2018 e il 2020 da AlphaFold, l’AI di DeepMind. Com’è noto, una proteina è una sequenza di amminoacidi e negli organismi viventi standard sono presenti in generale 20 amminoacidi canonici. Il numero teorico di sequenze diverse è grandissimo, ma anche quello effettivamente presente è nell’ordine di 104-105, cioè tra 10 mila e 100 mila. Inoltre, queste sequenze, per diventare delle proteine, devono configurarsi (ripiegarsi – fold in inglese) in uno spazio a tre dimensioni e, per risultare “funzionali”, devono assumere una particolare forma complessa. Se una proteina non si ripiega correttamente, non può svolgere il suo lavoro e può causare malattie come l’Alzheimer. Il numero di possibili ripiegamenti è astronomico e questo spiega perché farlo “a mano”, cioè sperimentalmente, era una volta un procedimento così lento, costava centinaia di migliaia di dollari, richiedeva l’uso di attrezzature grandi quanto una stanza e l’impiego di team di scienziati altamente specializzati. AlphaFold ha trasformato quell’esperimento fisico di anni in un calcolo digitale di pochi minuti. Un esempio famoso riguarda il gruppo del professor Andrei Lupas, che per dieci anni aveva tentato di decifrare la struttura di una particolare proteina, senza riuscirci. AlphaFold l’ha risolta in modo perfetto in pochissimo tempo.
Prima di AlphaFold, l’umanità conosceva la struttura 3D di meno di 200 mila proteine, determinate sperimentalmente in 60 anni di ricerca. Ad oggi, AlphaFold ha ripiegato oltre 200 milioni di proteine, coprendo praticamente la totalità di tutte le proteine catalogate e conosciute dalla scienza. Ma attualmente può fare anche molto di più; tra le altre cose, progettare proteine che non sono mai esistite in natura, per svolgere funzioni specifiche.
Per quanto i risultati prodotti da AlphaFold (una semplice AI, si noti, non una super AI) siano stupefacenti, le proteine sono solo i mattoncini della vita – che è ancora qualcosa di enormemente più complesso. Però altre ricerche in questo campo hanno fatto progressi strabilianti. Il riferimento è ai biobot, che già oggi strisciano, camminano, nuotano, si muovono autonomamente e afferrano oggetti; possono adattarsi e persino “rafforzarsi” con l’uso; sono in grado di auto-ripararsi; in alcuni casi mostrano persino comportamenti emergenti, come cooperazione e auto-replicazione.
Immaginare un umanoide interamente biologico è, al momento, pura fantasia, perché comporterebbe la soluzione di diversi problemi estremamente complessi. Tra l’altro, i biobot attuali sono microscopici o comunque millimetrici; portarli, fuori dai laboratori, alle dimensioni degli oggetti di uso comune, non sarà solo una questione di scala, ma comporterà un salto qualitativo notevolissimo, quanto meno per questioni legate al loro ambiente. Tuttavia una previsione abbastanza attendibile è che fra 10-15 anni siano disponibili umanoidi parzialmente biologici.
Come l’AI potrebbe, un giorno, sfuggire al controllo umano, i biobot potrebbero sfuggire al controllo, sia umano che dell’AI, ed evolvere in autonomia, anche relativamente a breve.
C’è stato un tempo, non molto lontano sulla scala dell’evoluzione naturale (circa 50 mila anni fa), in cui noi Sapiens abbiamo condiviso la Terra con almeno altre quattro varianti del genere Homo (Neanderthal, Denisoviani, Floresiensi e Naledi), del tutto simili alla nostra. Ma queste specie sono scomparse in un arco temporale abbastanza breve, lasciandoci soli su questo pianeta. Perché noi siamo ancora qui e loro no? Al momento gli evoluzionisti non sono in grado di fornire una risposta certa, ma i fattori determinanti furono verosimilmente i seguenti: c’era una competizione diretta per le risorse, eravamo più intelligenti, eravamo più aggressivi, avevamo sviluppato una tecnologia più potente, eravamo meno vulnerabili alle malattie e ai cambiamenti climatici. Non sono proprio gli stessi fattori che (se non controllati) potrebbero determinare una crescente contrapposizione tra l’AI e l’umanità? Tra l’altro, per quanto fossimo più aggressivi, con le altre specie umane noi condividevamo antenati non troppo lontani ed una certa familiarità, al punto da ibridarci reciprocamente con successo, almeno con i Neanderthal e i Denisoviani, in tutte le combinazioni possibili. Data la loro innegabile alienità, perché mai l’AI e i futuribili umanoidi biologici dovrebbero nutrire qualche forma di “compassione” nei nostri confronti?