Per ragioni che risulteranno più chiare quando ne tratterò diffusamente in seguito, i rischi legati agli sviluppi futuri delle machine learning AI (ma anche le nostre speranze di poterli forse controllare efficacemente) sono, secondo me, connessi in ultima analisi con la percezione e, dunque, con l’introduzione di strumenti di acquisizione diretta delle informazioni dall’ambiente circostante, simili agli organi dei nostri cinque sensi, che ne consentano lo sbocciare e lo sviluppo.
Sotto questo profilo ho trovato di grandissimo interesse una comunicazione apparsa recentemente sulla rivista Nature Research[1], non solo per i suoi contenuti (che sintetizzo di seguito liberamente), ma anche perché ci consente di stimare con sufficiente approssimazione i tempi del trasferimento tecnologico di questi risultati.
Gli occhi sono probabilmente l’organo di senso più importante per la maggior parte degli animali su questo pianeta. In effetti, i nostri cervelli acquisiscono più dell’80% delle informazioni relative a ciò che ci circonda attraverso i nostri occhi.
L’occhio umano ha avuto un posto di grande rilievo nell’evoluzione darwiniana della nostra specie ed è un organo altamente specializzato e sofisticato. Esso possiede straordinarie caratteristiche, come un campo visivo molto ampio (150°-160°), alta risoluzione e sensibilità, accompagnate da una bassa aberrazione. Un occhio “bionico” con caratteristiche simili potrebbe essere molto utile, specialmente nel campo della robotica, della strumentazione scientifica e come protesi umana. Però la forma semi-sferica, sensibile alla luce, della retina dell’occhio biologico pone delle enormi difficoltà e rappresenta una vera sfida per chi voglia riprodurlo artificialmente.
Un gruppo di ricercatori di Hong Kong è riuscito a realizzare, all’inizio del 2019, un occhio elettrochimico (chiamato appunto EC-eye), di dimensioni analoghe a quelle di un occhio umano e con caratteristiche strutturali assai simili a quelle naturali; in particolare, con una retina semisferica composta da una matrice ad alta densità di nanofili in perovskite (quella dei pannelli fotovoltaici, per intenderci), che simulano i fotorecettori di una retina umana. La retina artificiale è poi dotata di una serie di sensori, che catturano le immagini da trasmettere al cervello (o alla CPU …). Il risultato sembra davvero molto promettente, con potenzialità persino superiori a quelle dell’occhio umano, anche per quanto riguarda il miglioramento della risoluzione dell’immagine.
Il prof. Zhiyong Fan, che lavora a questo progetto dal 2012, afferma che un essere umano, dotato di questo occhio artificiale, potrebbe avere anche una visione notturna e vedere chiaramente oggetti più piccoli ad una distanza maggiore.
Al momento si ritiene che questa tecnologia troverà applicazioni pratiche molto tangibili entro un decennio e forse meno.
[1] Gu, L., Poddar, S., Lin, Y. et al. A biomimetic eye with a hemispherical perovskite nanowire array retina. Nature 581, 278–282 (2020) https://doi.org/10.1038/s41586-020-2285-x