Che errore!

Spesso le parole ci inducono in errore. La parola “errore”, per l’appunto, nella lingua italiana si presta ad essere male interpretata.

L’errore è intrinsecamente legato all’incertezza e questa è determinata dalla aleatorietà, che permea ogni aspetto del nostro mondo. Praticamente tutte le scienze devono farci i conti; in particolare quelle che dell’incertezza fanno l’oggetto precipuo dei loro studi, come la Statistica e il Calcolo delle Probabilità.

Tutti noi, più o meno consciamente, nel nostro vivere quotidiano come nelle grandi scelte della nostra esistenza, siamo chiamati a fronteggiare l’incertezza e dunque abbiamo a che fare con questo “errore”. Tuttavia si tratta di un particolare tipo di errore (p.e. i falsi positivi e i falsi negativi dei test sierologici, dei quali tanto si parla in questi tempi di CoViD19), da non confondere assolutamente con quello che commettiamo quando componiamo sulla tastiera del telefono un numero diverso da quello che volevamo chiamare; o quando sbagliamo una nota suonando uno strumento musicale; o quando in macchina imbocchiamo inavvertitamente una strada a senso unico nella direzione opposta; tanto per fare degli esempi comuni.

Quest’ultima è l’accezione di errore alla quale pensiamo istintivamente, dovuto a sbadataggine, goffaggine, incapacità tecnica o manuale, ignoranza, distrazione, avventatezza, fretta, e così via; e che da sempre cerchiamo di evitare, che spesso ci irrita, che ci crea conseguenze più o meno spiacevoli. Questo tipo di errori è però evitabile ed è normale che noi lo si voglia evitare, a meno che non si desideri accreditarsi come un simpatico casinista o come un “creativo”.

Ma nella accezione di errore che qui più ci interessa, l’obiettivo di estirparlo, di cancellarlo dal nostro orizzonte è semplicemente insensato. Molto spesso possiamo stimarlo e possiamo contenerlo (magari investendo maggiori risorse), ma non possiamo eliminarlo.

Alla radice ultima di questa mia affermazione c’è naturalmente un’impostazione filosofica, una visione del mondo, alla quale si contrappone quella c.d. “deterministica”; che però gode di un seguito sempre minore, perché incontra obiettivamente crescenti difficoltà ad essere suffragata dai più recenti avanzamenti teorici e riscontri empirici.

Ci sarebbe poi anche una terza tipologia di errori, quelli sistematici o “bias”, che cito per completezza e che ci sono, anch’essi, familiari[1]. Tralasciando le questioni relative agli arrotondamenti, se p.e. usiamo un metro che, invece di essere lungo 100cm, è lungo, poniamo, 105 cm, le nostre misurazioni (se abbastanza numerose) saranno mediamente viziate da questa anomalia e più lunghe di quanto effettivamente non dovrebbero essere, di circa 5cm; il che però non esclude che una singola misurazione, effettuata sempre con quel metro, di un oggetto lungo 100cm possa risultare p.e. pari a 98cm, per il prevalere di uno dei precedenti errori, o di una loro combinazione.

[1] Se siamo solo un po’ diffidenti, ci sarà capitato, almeno una volta nella vita, di dubitare della correttezza di una vecchia bilancia a due piatti, usata da un ambulante; o anche del totalizzatore di una pompa di benzina, dopo le note indagini della nostra GdF.

Lascia un commento.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.