Recentemente ho seguito, in diretta dal mio divano di casa, la missione Space-X, che ha portato due astronauti sulla stazione spaziale internazionale ISS, con un vettore privato noleggiato dalla NASA. Le immagini, provenienti per tutta la durata del viaggio dal centro di controllo, dalla navicella e dalla stazione orbitante, che all’inizio erano francamente un po’ noiose, sono diventate strepitose in fase di avvicinamento ed attracco, con scene che si stentava a prendere per “vere”, tanto erano simili, anche esteticamente, a quelle viste nei migliori film di fantascienza (v. immagine).
Questa esperienza mi ha riportato inevitabilmente alla memoria lo sbarco dell’uomo sulla Luna, realizzato con l’ausilio di apparecchiature elettroniche all’avanguardia nel 1969, senza le quali la missione sarebbe stata impossibile. Tuttavia esse avevano caratteristiche tecniche di gran lunga inferiori, per miniaturizzazione, potenza di calcolo e dimensione della memoria, a quelle di un nostro vecchio cellulare – per non parlare dello smartphone di ultima generazione, che oggi teniamo in tasca con noncuranza, dotato anche di un display ad alta risoluzione, di touch screen, di un’interfaccia grafica, di una sofisticata macchina fotografica digitale con due obiettivi, di un ottimo audio, della fonia, della connessione WiFi e 4G ad Internet, del Bluetooth e delle mille app per ogni gusto, preinstallate o installabili con un click; tutte dotazioni all’epoca assolutamente inimmaginabili. E sono trascorsi solo 50 anni – abbastanza per la vita di un singolo individuo, ma sicuramente molto poco per la storia.
Per preparare e gestire la missione Apollo11, la NASA disponeva di alcuni elaboratori IBM 360, destinati principalmente a calcolare e ad aggiornare continuamente la rotta. Gli elaboratori della famiglia IBM 360 (costo di mercato da U$ 250 mila fino a quasi U$ 2 milioni – circa U$ 12 milioni ai valori attuali) erano dotati di una memoria (reale) fino a 1 Mb e di un processore con frequenza di clock da 1 a 5 MHz – cioè erano incredibilmente inferiori rispetto ad un iPhone (caratterizzato da una RAM da 4 Gb, con una memoria fino a 512 GB e un processore con frequenza di 2.66 GHz), acquistabile sotto casa e subito utilizzabile senza particolari difficoltà; cioè oltre 500 volte più lenti e con una RAM oltre 4.000 volte più piccola.
Ho elaborato i dati necessari per svolgere la mia tesi di laurea proprio su un calcolatore della famiglia IBM 360, collocato presso l’Euratom di Ispra, al quale mi collegavo in remoto con una linea dedicata dal Centro di Calcolo della mia Università, e posso assicurare, per esperienza diretta, che le difficoltà e le limitazioni, soprattutto se viste con gli occhi di oggi, erano notevoli. Il sistema operativo, l’OS/360, era pieno di difetti e il time sharing era alquanto rudimentale. Basti dire, una per tutte, che prima di mandare in esecuzione il proprio programma bisognava dichiarare la quantità di memoria che si sarebbe occupata, il tempo di effettiva elaborazione e il tempo totale (il c.d. elapsed time). Visto che questi parametri determinavano la priorità di esecuzione in relazione a quelli degli altri programmi concorrenti in quel momento, dei quali l’utente normalmente non sapeva alcunché, l’ovvia conseguenza era che spesso il proprio programma veniva “espulso”, dopo aver superato il tempo totale prenotato, senza ottenere alcun risultato. Questo poteva avvenire o perché entrava raramente in esecuzione, preceduto sempre da quelli più piccoli, oppure perché vi entrava un altissimo numero di volte, per brevissimi periodi di tempo; e si ricominciava tutto da capo. Un ottimo esercizio Zen di autocontrollo.
Quando poi ci si collegava in remoto con una linea non dedicata, ma destinata normalmente alla fonia, i dati venivano trasmessi posizionando con cura la cornetta del telefono (quella simmetrica degli apparecchi grigi con il disco rotante per comporre il numero, che i meno giovani forse ricorderanno ancora – v. immagine) sopra un accoppiatore acustico (v. immagine). Naturalmente la trasmissione s’interrompeva spesso, al minimo disturbo della linea, e si doveva ripartire da zero. Quando tutto filava liscio, la velocità di trasmissione (direi, a memoria, fino alla seconda metà degli anni ’70) corrispondeva comunque, grosso modo, a pochi caratteri alfanumerici al secondo. Una lenta agonia.


