La Palestina è terra di miracoli. Per celebrare degnamente il centesimo giorno dal brutale attacco terroristico, alla mezzanotte di ieri tutto è ritornato com’era prima del 10/7, con due importanti cambiamenti: è completamente scomparso Hamas e il governo di Netanyahu è stato sostituito da uno centrista, moderato e lungimirante, gradito sul piano internazionale, ma anche all’80% degli israeliani.
Luminosi orizzonti di sviluppo si dischiudono ora davanti alla striscia di Gaza? Temo di no.
L’analisi economica, scarna quanto impietosa, porta alla conclusione che, rebus sic stantibus, non ci può essere alcun futuro di benessere a medio termine per quel pezzetto di terra, anche senza Hamas. Esaminiamo i punti essenziali del ragionamento.
- Il livello d’istruzione interno è basso e la manodopera è poco qualificata. Naturalmente non mancano laureati palestinesi, ma, potendoselo permettere, si sono formati all’estero e sono rimasti all’estero.
- Con i valichi aperti metà delle persone occupate di Gaza lavorano da transfrontalieri in Israele, con vantaggio reciproco. Infatti i loro salari sono mediamente un terzo di quelli israeliani e il triplo di quelli palestinesi. Questo reddito viene primariamente impiegato per migliorare il regime alimentare delle loro famiglie, dotarle di un ricovero decente, vestirle meglio. Quando, avendo accumulato qualche piccolo risparmio, passano dai consumi strettamente necessari a quelli non proprio indispensabili – elettrodomestici, moto, automobili, ecc. – il loro denaro alimenta le importazioni, dato che nulla di tutto ciò viene prodotto internamente; cioè non contribuisce allo sviluppo domestico.
- Perché allora non favorire la creazione di imprese industriali locali d’una certa caratura? È ovvio che gli imprenditori industriali stranieri sono scoraggiati ad investire dall’instabilità, dalla scarsa qualità dei servizi, dalla mancanza di un governo legittimo, nonché, non ultimo, dall’assenza di norme e di tribunali che le applichino. Dall’altro lato gli imprenditori locali non hanno la formazione, le risorse e un sistema finanziario necessari per avviarle. Ma anche se fossero dotati di questi elementi, non troverebbero comunque la manodopera qualificata e non potrebbero offrirle remunerazioni competitive con quelle israeliane. Inoltre la popolazione ammonta solo a circa 2.5 milioni di individui, per l’80% completamente dipendente dagli aiuti internazionali (dato UNCTAD 2022) e per il 40% composta da minori[1]; troppo pochi e troppo poveri per giustificare i costi di un’impresa industriale, che, prima di rivolgersi all’estero, deve poter contare su una sufficiente domanda interna. Perciò la produzione interna è costretta inesorabilmente dentro il perimetro limitato dell’agricoltura quasi di sussistenza, dell’artigianato a bassa tecnologia e dell’edilizia spicciola.
Attualmente tutti gli attori importanti, Israele compreso, assumono che i palestinesi, al termine del conflitto in corso, debbano rimanere nella striscia di Gaza, magari governati da una fantomatica coalizione internazionale. Tuttavia quanto visto sopra sembra dirci chiaramente che per loro non ci sono prospettive positive. Inoltre, il miracolo purtroppo non c’è stato e non si può ignorare il fatto che, al termine del conflitto, tutte le più importanti infrastrutture, le imprese, i servizi, le abitazioni stesse saranno da ripristinare (il paragone con la Dresda del 1945 non sembra improprio). È vero che la ricostruzione in genere porta un rapido e significativo aumento del PIL, ma si tratta di un effetto effimero e di breve durata, quando non è accompagnata da altre condizioni favorevoli (com’è invece accaduto p.e. per la Germania federale, dopo la fine della seconda guerra mondiale).
Dunque, al di là delle mere dichiarazioni ideologiche e politicamente corrette, cosa si dovrebbe fare concretamente per disinnescare questo meccanismo inceppato, che, con la povertà e la mancanza di prospettive, porterà rapidamente ulteriore sofferenza, instabilità e violenza?
Come dicevo già nel post “10/7 – una dolorosa digressione” del 10/14, se si affronta il problema a mente fredda e si tiene conto della comprensibile indisponibilità dei paesi confinanti ad accoglierli, l’unica seria possibilità consiste nel trasferimento dei palestinesi di Gaza che lo vogliano in Cisgiordania; favorendo nel contempo in tutti i modi possibili la creazione lì di uno stato palestinese, su un territorio unico, di superficie e popolazione adeguate, e dentro confini ben delimitati, che, con i consistenti aiuti internazionali che ci dovranno comunque essere, abbia qualche reale possibilità di svilupparsi ed affermarsi.
Se il governo israeliano avesse preso l’iniziativa sua sponte nei giorni immediatamente successivi al 10/7, ne avrebbe guadagnato in consenso internazionale e in coesione interna; ma soprattutto si sarebbero evitate più di 20 mila vittime civili e si sarebbero finalmente gettate le basi per un futuro di coesistenza pacifica. Allora sarebbe stato molto difficile; oggi lo è ancora di più. Ma esistono alternative sostenibili?
[1] Come tutte le persone povere, residenti in un paese che non fornisca loro una sufficiente protezione sociale, i palestinesi sono portati a fare molti figli, perché essi possono diventare manodopera a costo nullo per le loro piccole attività agricole domestiche e rappresentano, in prospettiva, un sostegno per l’età avanzata.