Devo riconoscere che il ronzio della zanzara, che puntualmente si ripresenta tutte le notti nella calda oscurità estiva della mia camera da letto, intenzionata a pasteggiare con il mio sangue, m’innervosisce parecchio e, quando ci riesco, me ne libero con sollievo. A questa sensazione di liberazione s’accompagna però anche un filo di disagio: un vago senso di colpa per aver soppresso una vita, sicuramente indotto dalla mia educazione. I miei genitori mi hanno infatti inculcato, sin da piccolo, l’insegnamento che non si sopprime alcuna vita, dato che noi, da parte nostra, non siamo in grado di “creare” nemmeno la più elementare (una zanzara, appunto, un moscerino, una formica, …).
Ora però il presupposto di questo lodevole “comandamento” sta venendo meno. Non tutti sanno che già nel lontano 2010 J. Craig Venter[1] ha affermato d’aver creato in laboratorio una cellula artificiale, capace di dividersi e moltiplicarsi come una cellula naturale; e nel 2019 all’Istituto di Tecnologia di Tokyo[2] è stata ottenuta artificialmente una cellula in grado di sopravvivere in maniera quasi del tutto autonoma, producendo parte delle sostanze necessarie grazie alla fotosintesi.
Questi ed altri annunci simili suscitarono un acceso dibattito su che cosa si debba intendere per “vita” e produsse una definizione che a me sembra più convincente e praticabile di altre: un organismo (o una sua parte, anche minima, come p.e. una cellula) si può considerare “vivo” se è in grado di ottenere energia dall’ambiente circostante e utilizzarla per sopravvivere, crescere e riprodursi[3]. È facile prevedere che nel prossimo futuro saremo incalzati sempre di più da analoghi interrogativi.
Ma è nella seconda metà del 2023 che la biologia sintetica ha prodotto un risultato davvero impressionante: sono stati creati[4] degli embrioni para-umani, privi di cuore e di cervello, ma “vivi”, senza passare per un concepimento, cioè senza combinare ovociti e spermatozoi. E qui la questione etico-filosofica si fa davvero intricata – di che cosa stiamo parlando? Si tratta infatti di esseri viventi (secondo la precedente definizione), che non possono diventare (se lasciati svilupparsi oltre i 14 giorni dell’esperimento) delle creature umane, ma che, essendo generati a partire da cellule staminali umane, sono tuttavia dotati di un patrimonio genetico umano.
Date le molteplici vie che si stanno attualmente esplorando e dati gli sviluppi impetuosi nei diversi campi della ricerca (biologia sintetica, biotecnologie, neuroscienze, nanotecnologie, AI, robotica, ecc.) vedo un prossimo futuro affollato di “ibridi” d’ogni sorta e di sconvolgenti interrogativi sulla loro natura più profonda, sui loro diritti e sulla coesistenza, tra di loro e con noi, vecchi umani di una volta.
[1] J.C. Venter et al., Science, 2010, Vol 329 [2] Nature Communications, 2019, 10:1325 [3] Per la biologia naturale si tratta, a ben vedere, della definizione di attività metabolica. [4] Da Magdalena Ernicka-Goetz, dell’Università di Cambridge e del California Institute of Technology