L’ira dell’Iran è stata funesta quanto quella di Achille, che infiniti lutti addusse agli Achei? No, non direi; anzi, tutt’altro, almeno per il momento. Mi sembra che quella di sabato notte sia stata una scenografica quanto innocua dimostrazione di forza, piuttosto che una vera e propria rappresaglia, volta a provocare il massimo dei danni.
Lo scorso primo giorno di Aprile 2024, Israele (benché non l’abbia rivendicato ufficialmente) ha colpito un edificio del consolato iraniano a Damasco e ucciso diversi pasdaran, tra i quali il generale Mohammad Reza Zahedi e il suo vice. Un obiettivo militare di particolare rilievo, considerato il più importante dopo la morte di Soleimani, trattandosi del numero uno e del numero due delle forze iraniane in Siria e in Libano.
Ne è seguita immediatamente un’ondata di proteste in Iran e altrove, anche a causa dell’inedita violazione dell’immunità diplomatica; e non sono mancate, comprensibilmente, quotidiane e stentoree minacce di dure ritorsioni da parte della Guida Suprema, che hanno fatto temere un incontrollabile allargamento del conflitto in Medio Oriente. L’azione annunciata si è però fatta attendere un paio di settimane, nel corso delle quali la diplomazia ha evidentemente lavorato molto meglio lì che in altri contesti.
Infatti, nella notte tra sabato 13 e domenica 14 Aprile l’Iran ha lanciato contro Israele circa trecento droni e missili, che però sono stati tutti intercettati dai tre noti scudi israeliani (l’Iron Dome, l’Arrow e il David’s Sling) e dalle forze aeree degli USA, della GB e della Francia. I vari sistemi di rilevamento radar non hanno avuto alcuna difficoltà ad inquadrarli, uno per uno, dato che non potevano sorvolare gli spazi aerei della Giordania e dell’Iraq, preventivamente chiusi; ed a seguirli durante tutto il loro tragitto, che, nel caso dei droni, è durato diverse lunghissime ore. Risultato: non si registrano danni rilevanti, né, fortunatamente, morti o feriti, a parte alcuni singoli casi di persone raggiunte accidentalmente dai frammenti degli oggetti abbattuti, il più grave dei quali riguarda purtroppo la piccola Amina, una bambina di 7 anni colpita nel suo letto mentre dormiva.
Nessuno di noi può sapere come siano andate veramente le cose dietro le quinte e quale sia il prezzo da pagare (per esempio in termini di concessioni sul controverso programma nucleare iraniano); ma la semplice lettura dei fatti mi sembra abbastanza chiara. Arabia Saudita, Giordania e Iraq sono stati avvertiti dall’Iran un paio di giorni prima del lancio, mentre la sorpresa di un qualsiasi piccolo attentato avrebbe potuto provocare danni e spargimento di sangue ben maggiori. Dunque è prevalsa la prudenza, anche perché un conto è finanziare il terrorismo, un conto è dichiarare guerra ad una coalizione dei più forti Paesi occidentali.
Ciò che è avvenuto può soddisfare un po’ tutti i protagonisti in campo. La Guida Suprema può rivendicare con l’opinione pubblica interna una grande dimostrazione di forza; a Netanyahu si offre l’occasione (se la saprà cogliere) di allentare la tensione con la Casa Bianca e l’attenzione internazionale viene sviata per un po’ da Gaza, senza alcun costo politico (quello economico sembra essersi aggirato intorno a $1.2miliardi); il Presidente Biden riacquista qualche autorevolezza nel frenare ulteriori risposte, che a questo punto io riterrei ingiustificate – si noti che l’Iran ha dichiarato pubblicamente che per loro la questione è chiusa; il mondo intero tira un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo.
Intendiamoci: non ho alcuna simpatia per il regime teocratico dell’Ayatollah Ali Khamenei, responsabile di pene crudeli e disumane, di sparizioni forzate, di torture e di maltrattamenti vari; per non parlare dell’articolato ed esteso sistema di obblighi e di divieti, applicato alle donne e fatto rispettare duramente dalla polizia c.d. “morale”. Ma è già (almeno) la seconda volta che sul piano militare internazionale quel governo dimostra di saper far prevalere pragmaticamente la moderazione.
Se ricordate, anche dopo l’uccisione di Soleimani (3.1.2020), che era molto amato e rispettato dai suoi concittadini, l’Iran promise pubblicamente per qualche giorno pesanti ritorsioni. Che in effetti ci furono, con un attacco missilistico che colpì l’8.1.2020 due basi militari americane, a Ebril e a al-Asad, in Iraq; le quali, però, nel frattempo erano state evacuate e messe in sicurezza. Ci furono dei modesti danni alle infrastrutture e alle attrezzature, ma nessun morto o ferito.
Anche in quel caso, risalente a quattro anni fa, è plausibile ritenere che l’Iran, nel vendicare la morte di Soleimani, abbia deliberatamente evitato di infliggere vittime durante l’operazione, ostentando determinazione, ma senza provocare poi un’ulteriore sostanziale risposta militare.
Mi sembra che si possa leggere nella medesima chiave pure l’episodio, non molto noto e poco divulgato dai media internazionali, avvenuto nella notte tra il 12 e il 13 marzo 2022. L’Iran lanciò un attacco missilistico contro il consolato americano di Ebril, dopo che il 7 Marzo Israele aveva ucciso due colonnelli della Guardia rivoluzionaria islamica vicino a Damasco. L’azione, ampiamente preannunciata, non provocò né danni significativi né vittime.
Bene – la prudenza e la lungimiranza dell’Iran, ora ed allora, nell’astenersi dal provocare possibili escalation, sono rassicuranti.
Speriamo che anche il gabinetto di guerra israeliano lo capisca e che un’eventuale ulteriore azione contro l’Iran, se proprio ci dovrà essere, sia puramente simbolica e mantenuta nel quadro di un gioco diplomatico delle parti, che al momento sembra essere win-win. Non è più tempo di cani pazzi e rabbiosi (dottrina della massima ritorsione).