Una bicicletta è una bicicletta e un monopattino è un monopattino. Non è un reato chiamare monopattino una bicicletta o viceversa, ma di certo non aiuta a capirsi.
La comunicazione verbale è notoriamente imprecisa e la sua capacità di veicolare dei contenuti senza generare equivoci dipende da diversi fattori – personali, culturali e di contesto – sui quali molto spesso abbiamo un controllo limitato. Per non aumentare la confusione, quello che possiamo fare, almeno quando si tratti di argomenti non banali, è sforzarci di usare le parole nel loro significato “proprio”, magari aiutandoci con la loro etimologia, e lasciare a poeti, letterati e rappers le alchimie linguistiche più creative; e ai più faziosi il loro uso strumentale.
Di questi tempi si sente pronunciare in continuazione il termine “genocidio”. Penso che molti ritengano che si possa parlare di genocidio quando il numero delle vittime supera una certa soglia, il cui livello (5mila, 10mila, 50mila) dipende naturalmente dalla loro sensibilità e dalla loro cultura.
Ogni singola vita umana ha un valore inestimabile e quando la contabilità delle vittime di un evento si fa a colpi di centinaia o addirittura di migliaia di unità, bisognerebbe davvero fermarsi a riflettere, anche empaticamente, su cosa realmente significhino questi freddi numeri, che vanno al di là della nostra capacità di introiettare tali realtà; quale straziante lacerazione producano intorno a loro e quale orribile vuoto lascino nel loro contesto. Ciò detto, cerchiamo però di fare un po’ di chiarezza.
Il termine genocidio è recente: è stato coniato nel 1944 ed è composto dal prefisso greco ghénos (γένος, razza, stirpe) e dal suffisso cidium (da caedo, tagliare, per i latini sinonimo di uccidere). Si noti subito che nell’antica Grecia (in Omero, per esempio) ghénos non si riferiva a grandi gruppi, ma a quella che anche noi una volta chiamavamo una famiglia, caratterizzata da vincoli di sangue: una coppia di genitori, i figli maschi, le loro mogli, la loro prole e qualche parente stretto. Alla morte del capofamiglia, a ciascuno dei suoi figli maschi faceva poi capo un nuovo ghénos e così via discendendo.
Al di là dell’origine e del significato storico, ciò che rileva oggi nelle questioni internazionali (ma che dovrebbe contare anche nel proprio giudizio personale) è la definizione che ne ha dato nel 1948 la Convenzione delle Nazioni Unite per la Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio, ripresa integralmente dalla Corte Penale Internazionale nel suo Statuto di Roma del 1998:
Per genocidio s’intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
(a) uccisione di membri del gruppo;
(b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
(c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
(d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
(e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
Le sottolineature sono mie e sono volte ad evidenziare due aspetti essenziali, connaturati alla definizione di genocidio, al di là dei numeri e delle eventuali efferatezze: bisogna che ci sia l’intenzionalità, cioè la volontà di ottenere quel preciso risultato, e che l’oggetto sia il gruppo (anche se numericamente piccolo) in quanto tale, e non i singoli individui (anche se molto numerosi).
Naturalmente l’elemento soggettivo (l’intenzionalità e la qualificazione del destinatario dell’azione) rappresenta un punto delicato e può essere difficile se non impossibile da accertare.
Nel caso concreto di quanto sta avvenendo nella striscia di Gaza, si può assumere la presenza di questi due elementi? In altri termini, le migliaia e migliaia di vittime (si parla di più di 30mila, ma al momento non è un dato verificabile), per la maggior parte donne e bambini, sono il risultato di un’azione dell’esercito israeliano volta a distruggere deliberatamente il popolo palestinese (o parte di esso) in quanto tale?
Se guardiamo ai tre genocidi unanimemente riconosciuti, come il genocidio degli Armeni, il genocidio degli Ebrei e quello dei Tutsi, dovremmo escluderlo. L’obiettivo dichiarato e perseguito dal Governo israeliano dopo il 10/7 è quello di distruggere Hamas e non i palestinesi, né singolarmente né in quanto gruppo; purtroppo, com’è di tutta evidenza, Hamas si è preparato per anni includendo scientemente come elemento cruciale della sua strategia armata proprio i civili gazawi, trattati cinicamente, nei piani e nella realtà, come ostaggi dei quali farsi scudo. Non vedo come si possa negare che gran parte delle loro infrastrutture sia stata realizzata nei centri urbani, dentro e sotto edifici residenziali, sotto la stessa sede dell’UNRWA, sotto scuole e ospedali, con le prevedibili conseguenze che ora sono davanti agli occhi di tutti.
Nei casi più noti e dibattuti d’ipotesi di genocidio, la natura e la fattispecie criminosa è sempre stata controversa ed è perciò dirimente il riferimento puntuale alla giurisprudenza della giustizia internazionale.
L’orrendo (benché circoscritto) massacro di Srebenica fu un “genocidio”? La Corte Internazionale di Giustizia, a conclusione dei suoi lavori nel 2006, affermò che sì, quegli atti furono commessi con lo specifico intento di distruggere in parte il gruppo dei Musulmani della Bosnia-Erzegovina in quanto tale (as such).
Alla fine del 2023 il Sudafrica ha presentato alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja un’istanza contro lo Stato di Israele per presunto crimine di genocidio, compiuto sul popolo palestinese all’interno della Striscia di Gaza. La CIG non ha ritenuto manifestamente infondata l’accusa, ma si è riservata di valutarla. Per arrivare ad una conclusione potrebbero volerci degli anni – staremo a vedere.
Un po’ più semplice da inquadrare è il termine “Olocausto”, perché è il nome proprio attribuito specificamente all’eliminazione sistematica di sei milioni di ebrei da parte del regime nazista e dei suoi alleati durante la seconda guerra mondiale.
In origine, nell’antichità greca ed in quella ebraica, questo vocabolo veniva usato per indicare una particolare forma di sacrificio, che si concludeva bruciando la vittima; da qui la macabra analogia con quanto avveniva nei campi di concentramento. Tuttavia ben presto sembrò che fosse più appropriato e rispettoso usare, per riferirsi ai medesimi avvenimenti storici, il termine Shoah, che in ebraico significa catastrofe, disastro, tempesta devastante. Entrambi rimangono comunque in uso per indicare esattamente quello e non altro.
Non dimentichiamoci che una bicicletta è una bicicletta e un monopattino è un monopattino.