Secondo gli ultimi dati pubblicati, l’inflazione in Italia è scesa più di quanto non sia scesa in tutti gli altri Paesi UE, Danimarca esclusa. Questo è un modo colloquiale di esprimersi sull’andamento dei prezzi, che nelle persone comuni genera un certo disorientamento, dato che stride palesemente con la loro esperienza diretta e quotidiana.
Infatti, ciò che è calato è il tasso d’inflazione, che esprime la velocità con la quale i prezzi aumentano. In altri termini, i prezzi continuano ad aumentare, ma un po’ meno di prima.
È abbastanza raro che i prezzi diminuiscano; in questi casi si parla d’inflazione negativa o più propriamente di deflazione. Negli ultimi 50 anni nel nostro Paese questo è accaduto solo tre volte, due delle quali recentemente: nel 2016 e nel 2020. Comunque, per diversi anni (2014-2020) il tasso d’inflazione, pur con le sue oscillazioni, si è mantenuto a livelli bassissimi – con buona pace degli economisti e per la gioia dei consumatori a reddito fisso e dei pensionati.
La teoria economica suggerisce che un tasso d’inflazione intorno al 2% (non a caso il target della BCE) sia “fisiologico” e che al disotto di questa soglia convenzionale l’economia non sia abbastanza dinamica. Per contro, persone e famiglie non particolarmente abbienti e che non possano adattare le loro entrate all’aumento delle uscite dovute alla crescita dei prezzi (soprattutto se si tratta di beni e servizi primari), vedono aumentare (o almeno resistere meglio) il loro potere d’acquisto e la loro relativa sicurezza.
Ma come si spiega che il nostro tasso d’inflazione sia ora calato più che altrove nella UE? Si possono proporre diverse spiegazioni, ma la prima (che prescinde dalle cause ultime) è che si sia trattato di un effetto di rimbalzo. Infatti, in questo periodo ci staremmo solo riallineando, visto che negli anni precedenti i nostri prezzi erano saliti parecchio, fino a raggiungere un ragguardevole picco del 12,6%, ben più alto della media europea. Per quale motivo erano cresciuti così tanto?
Quand’ero uno studente di Economia ci venivano proposte due possibili cause dell’inflazione: l’aumento del costo dei fattori di produzione o l’aumento della domanda, in relazione all’offerta. Ad esempio, se aumenta il costo del silicio possiamo aspettarci un aumento del prezzo delle apparecchiature elettroniche che ne fanno uso; analogamente, il prezzo dell’olio extra-vergine può aumentare per effetto della domanda crescente di chi vuole mangiare sano o anche, a domanda costante, per una diminuita offerta di olive, magari a causa della diffusione della Xylella (al netto delle eventuali importazioni).
C’è però anche un’altra causa dell’aumento dei prezzi, che riguarda soprattutto le imprese piccole e piccolissime (proprio quelle che caratterizzano in gran parte il nostro tessuto produttivo e commerciale) e soprattutto i beni ed i servizi rivolti alle persone ed alle famiglie: la cupidigia (greed in Inglese). Fino a pochi anni or sono, considerare in Economia elementi come la cupidigia era ritenuto blasfemo, più o meno come parlare di coscienza (consciousness in Inglese) ad un fisico. Ma ora questi ed analoghi termini sono stati “sdoganati” e si può mettere in conto la greedflation (l’inflazione dovuta alla cupidigia o all’ingordigia) senza essere trattati con sufficienza.
Limitiamoci a considerare brevemente un paio di esempi nostrani, ben noti a tutti.
Il primo riguarda i famosi “extra-profitti” delle banche. Alcuni commentatori hanno affermato che non esistono profitti “extra”, ma solo profitti; che, quando sono alti, premiano particolari capacità imprenditoriali.
Ora, a parte il fatto che queste particolari capacità dovevano essere proprio generalizzate nel nostro settore creditizio, non si è visto nella gestione un aumento dell’efficienza tale da giustificare l’anomala dimensione (in questo senso “extra”) dei profitti. L’ampiezza della forbice (il c.d. margine d’interesse) tra i tassi attivi (triplicati) e quelli passivi (rimasti invariati) ha riguardato tutti gli Istituti. I quali, a conferma della loro cupidigia, quando il Governo ha dato loro la possibilità di scegliere tra corrispondere un’extra-tassa, finalizzata al sostegno dell’equità sociale, o aumentare le riserve (già molto alte e non tassate), hanno unanimemente optato per la seconda. E così sia.
L’altro esempio riguarda i famigerati Bonus edilizi (110% e “facciate”); che a conti fatti saranno costati allo Stato, secondo stime recenti, 140-150 miliardi, parecchio di più di quanto non costi un anno intero di Sanità pubblica (129,3 miliardi nel 2022, secondo il rapporto della Ragioneria Generale dello Stato sulla spesa sanitaria). Ma quello di cui non si sente parlare è la sostanziosa spinta all’inflazione italiana, dovuta all’assenza di un sano contrasto d’interessi tra le imprese edili e i proprietari d’immobili; i quali, non dovendo metterci nemmeno un euro di tasca loro, si sono completamente disinteressati dei preventivi (almeno raddoppiati) e hanno anzi preferito rivolgersi acriticamente proprio alle imprese più care, ritenendo (spesso a torto) che fossero anche le migliori. Dunque, per un provvedimento che ha riguardato circa il 4% degli edifici, gli italiani avranno pagato due volte: da un lato, rinunciando ai servizi che si sarebbero potuti finanziare con quell’importo e, dall’altro, subendo un surplus d’inflazione, dovuta, anche in questo caso, sostanzialmente alla cupidigia. È vero che la domanda d’interventi, concentrata in poco tempo, in un primo momento è risultata eccessiva rispetto all’offerta (inflazione da domanda); ma questa si è adeguata prontamente, ricorrendo anche a soluzioni estemporanee, non di rado al limite (o oltre) della frode, che hanno infatti portato a una serie nutrita di contenziosi.
Oltre a questi due esempi e ad altri analoghi, sono convinto che l’ingordigia abbia mosso i prezzi anche di tanti commercianti, artigiani, partite iva, che, superata con molti sacrifici la lunga traversata del deserto del Covid e lasciati sul terreno i loro concorrenti più fragili, poi si sono “rifatti” più del dovuto. Ricorda tanto l’improvvisa fiammata dei prezzi alla quale abbiamo assistito subito dopo l’introduzione in Italia dell’euro, quando chi lo poteva fare convertì spudoratamente mille lire in un euro; mentre invece il rapporto di cambio era di quasi uno a due (1euro=1.936,27lire).
Temo che il consumatore abbia in generale una percezione dell’inflazione un po’ approssimativa. Per esempio, se il prezzo di un sacchetto di patatine passa improvvisamente da €1,00 a €1,20 probabilmente non ci bada nessuno – che sarà mai? Ma, com’è evidente, in questo caso c’è stato un aumento del 20%, che sul prezzo di un’automobile potrebbe corrispondere a 5-10 mila euro – e se ne accorgerebbero tutti; anche perché molti dei potenziali clienti potrebbero semplicemente dover rinunciare.
Quando ero uno studente di Economia alcune delle teorie che ci venivano proposte si basavano sull’ipotesi di concorrenza perfetta. Naturalmente i docenti ci mettevano in guardia dal considerarla realistica. La concorrenza perfetta presuppone, infatti, una conoscenza perfetta, dalla quale, all’epoca, eravamo ancora molto lontani. In anni recenti, invece, grazie ai “nuovi” mezzi di comunicazione, la possibilità di conoscere il mercato, abbastanza bene e in tempo (quasi) reale, è aumentata a dismisura; al punto da rendere quell’ipotesi decisamente più realistica di allora. Ma soprattutto da rendere più bruschi e accentuati i contraccolpi delle azioni di vasti gruppi di soggetti economici, costantemente uniti da una sorta di “cartelli digitali” di fatto. Questo vale, in tutta la sua evidenza, per la volatilità dei titoli di Borsa; ma anche per i prezzi di ampie categorie di prodotti di largo consumo.