L’Uomo al centro.

Ieri ho telefonato a Francesco e gli ho chiesto: “fra qualche settimana parteciperai al G7 di Giorgia e dirai la tua sull’etica dell’AI; mi puoi anticipare quello che sarà il senso ultimo del tuo messaggio?” La risposta è stata lapidaria: “l’Uomo al centro”.
Come non condividerlo? Peccato (sic) che non succederà.

Cosa s’intende concretamente con lo slogan “l’Uomo al centro”? Diverse cose, tra le quali almeno le due seguenti: A) che ogni sistema di AI implementato sia finalizzato al miglioramento della condizione umana; B) che l’ultima parola (la scelta, la decisione finale, il veto o il via libera) sulle azioni innescate da ogni sistema di AI rimanga all’uomo.

Della prima mi sembra ozioso occuparsi in dettaglio con riferimento all’AI: è sostanzialmente una petizione di principio, che riguarda da sempre qualsiasi tecnologia (né buona né cattiva di per sé), regolarmente disattesa; anche perché implica una convincente e unanime definizione di “condizione umana” e, soprattutto, di “miglioramento”. L’unica accezione sulla quale potremmo trovarci tutti d’accordo, in negativo, è che l’estinzione o l’asservimento dell’umanità non rappresenterebbe un miglioramento della condizione umana. Ma questa prospettiva estrema è connessa allo sviluppo di una AGI (intelligenza artificiale generale) ostile, non ancora di stretta attualità e della quale è bene occuparsi, ma a parte.

Per esaminare compiutamente la seconda interpretazione (B), occorre suddividerla in due parti: 1) che rimanga all’uomo almeno come possibile opzione teorica d’ultima istanza; 2) che l’uomo sia effettivamente e concretamente messo nelle condizioni di utilizzare quest’opzione e magari non disincentivato a farlo.

Tranne pochi casi di posizioni apicali di grande rilievo, teniamo presente che in generale le persone manifestano per vari motivi una scarsa propensione all’assunzione di responsabilità.

Hai il colesterolo totale a 250mg/dL? Il tuo medico ti prescriverà le statine, anche se l’HDL è alto; anche se trigliceridi, glicemia, pressione sanguigna, funzionalità e frequenza cardiache sono nella norma; se le grandi arterie risultano pulite; se hai uno stile di vita, un’alimentazione ed un peso corporeo corretti; se sei astemio e non fumi. Perché lo fa, ignorando l’assenza totale di associazioni negative con qualsivoglia altro fattore e scontando i possibili effetti collaterali, quanto meno su fegato e reni, dovuti all’assunzione di una sostanza chimica, alla quale non potrai più rinunciare, per il resto della tua vita? Perché così dicono le linee guida, rigide fino al successivo aggiornamento. Se fosse un’applicazione di AI a dirlo, avrebbe un atteggiamento più o meno acritico?

Il funzionario di banca al quale stai chiedendo un prestito manda in esecuzione un semplice applicativo, in uso da anni nella sue varie versioni, e te lo concede o meno a seconda del responso che appare sul suo schermo. Perché dovrebbe assumersi la responsabilità di un’iniziativa personale, valutare qualitativamente tutto il tuo profilo umano e professionale, e disattendere quella indicazione, basata su pochi, rigidi parametri, ma certificata dal suo datore di lavoro? Se fosse un’applicazione di AI a dirlo avrebbe un atteggiamento più o meno acritico?

In questi due esempi, e in molti altri che si potrebbero fare facilmente, l’uomo è stato ed è già al centro, ma ha abdicato a questo ruolo senza porsi troppi problemi. Se ne porrà davanti ad un’applicazione di AI e si riapproprierà orgogliosamente del suo ruolo “naturale”?

Temo che, se già adesso gli risulta difficile, in futuro sarà proprio impossibile.

Dei tempi “disumani” di reazione (nell’ordine dei secondi e anche meno), richiesti da interventi efficaci nei mercati finanziari (in particolare in Borsa) e nelle operazioni militari, e assicurati da decisioni automatiche di AI, si è già detto in precedenti post. Ma, anche disponendo di un tempo adeguato, riappropriarsi della funzione di controllo rispetto all’applicazione di AI in questione comporta l’acquisizione delle medesime informazioni e una capacità di elaborazione paragonabile. Il che non è dato per definizione. Se fossimo in grado di acquisire, discernere ed elaborare le informazioni pertinenti con la medesima efficacia di una AI non ci sarebbe di grande utilità. In caso contrario, risulterà tanto più utile quanto più sarà in grado di elevarsi oltre ogni nostra capacità umana. È questa contraddizione in termini che renderà vuoto di reali contenuti lo slogan “l’Uomo al centro” – sarà inevitabilmente sempre più emarginato.

Concludo riportando la recentissima notizia relativa ad una applicazione di AI implementata dalla Agenzia delle Entrate italiana. Tutti gli atti fiscali adottati automaticamente da questo sistema digitale, sulla base di complessi algoritmi e incrocio di molte, vastissime banche dati, saranno esclusi dal contradditorio diretto tra Fisco e contribuente; il quale, per contestarli, dovrà rivolgersi direttamente alla giustizia tributaria, con difficoltà, costi e tempi ben immaginabili. Questo provvedimento, appena entrato in vigore, è stato adottato con decreto ministeriale e si deve ritenere che sia vantaggioso. Per chi? Non certamente per l’uomo inteso come singolo cittadino, il cui percorso fiscale, che recentemente era sembrato farsi un po’ più agevole, ridiventa alquanto accidentato; piuttosto per l’uomo inteso come collettività o Stato. E questo apre un’ulteriore prospettiva di riflessione, che però ci riporta a vecchi temi politico-filosofici. Resta il fatto che comunque, alla fine, le corti tributarie, i commercialisti e gli avvocati dovranno poter illuminare in giudizio il percorso fatto dall’AI per giungere a quelle conclusioni contestate – non sarà facile e, per quanto detto sopra, potrà diventare impraticabile.

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