(3.8.2024) Il 19 marzo del 1978 (da allora è trascorso quasi mezzo secolo!) il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò due risoluzioni, con le quali (n.425, 2) invitava Israele a cessare immediatamente la sua azione militare contro l’integrità territoriale del Libano e a ritirare senza indugio le sue forze da tutto il territorio libanese; decideva (n.425, 3), tenuto conto della richiesta del Governo libanese, di creare immediatamente, sotto la sua autorità, una forza provvisoria (intérimaire) delle Nazioni Unite per il Sud del Libano, al fine di confermare il ritiro delle forze israeliane, di ristabilire la pace e la sicurezza internazionali, e di aiutare il Governo libanese a ripristinare nella regione la sua autorità effettiva; questa forza sarebbe stata composta da personale fornito dagli Stati membri. Decideva inoltre (n.426, 2) che detta forza provvisoria delle Nazioni Unite in Libano […] sarebbe stata costituita per un periodo iniziale di 6 mesi, e che in seguito avrebbe continuato a funzionare, in caso di necessità, fatta salva l’approvazione del Consiglio di Sicurezza.
Si noti che anche nell’acronimo UNIFIL – United Nations Interim Force in Lebanon, con il quale viene comunemente indicata questa forza, si trova la specifica “ad interim” – provvisoria, temporanea.
Il ritiro formale delle forze israeliane dal Libano meridionale avvenne immediatamente (giugno 1978), pur mantenendo attraverso gli alleati libanesi un forte controllo sulla regione, fino al 2000; da quell’anno Israele si è totalmente disimpegnata da quell’area.
Dopo i noti Accordi di Taif del 1989 e diverse altre risoluzioni e dichiarazioni (statements) dell’ONU, la lunga e articolata risoluzione attualmente di riferimento è la 1701 dell’11 agosto 2006 (da allora sono trascorsi 18 anni!), approvata all’unanimità, senza voti contrari o astenuti. Con essa l’ONU [sono qui estratti solo gli aspetti più rilevanti per il ragionamento condotto in questa sede]: 8) stabilisce tra la Linea Blu e il fiume Litani (Leonte, v. mappa sotto) una zona libera da qualsiasi personale armato, da dotazioni e armi diverse da quelle del Governo libanese e di UNIFIL; il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano, in modo tale che non ci siano in Libano armi o autorità diverse da quelle dello Stato libanese; che nessuna vendita o fornitura di armi e relativo materiale si possa fare in Libano, eccetto quelle autorizzate dal suo Governo; 11) decide di autorizzare un aumento della forza di UNIFIL fino a un massimo di 15.000 soldati; 12) autorizza UNIFIL a intraprendere nelle aree di dispiegamento delle sue forze tutte le azioni necessarie per garantire che la sua area di operazioni non venga utilizzata per attività ostili di alcun tipo, […]; 14) invita il Governo del Libano a proteggere i suoi confini e gli altri punti di accesso per impedire l’ingresso in Libano di armi o materiali connessi senza il suo consenso; 19) decide di rimanere attivamente investito della questione.
A parte l’ultima pleonastica dichiarazione, che, data l’attuale situazione di crisi, suona un po’ velleitaria e sostanzialmente carente di significative conseguenze, ben poco di quanto contenuto nel testo della risoluzione e riportato sopra sembra essersi compiuto. In particolare, a tutt’oggi nulla è stato fatto per disarmare i terroristi di Hezbollah, la cui ala militare, ampiamente sostenuta dall’Iran, è ora molto più forte dello stesso esercito regolare libanese e il Governo di Beirut non ha di fatto alcun controllo né alcuna autorità su quella formazione jihadista sciita e sul Libano meridionale.
Dopo il 2006 il Partito di Dio ha portato ad un numero compreso tra 120 e 200 mila la sua attuale dotazione di missili balistici guidati a corto raggio, missili balistici non guidati a corto e medio raggio e razzi non guidati a corto e lungo raggio; ha aumentato il dispiegamento delle sue forze armate a sud del fiume Litani (in zona UNIFIL), approntando tunnel, depositi di armi, piste di atterraggio e installazioni militari.
Inizialmente le forze previste del contingente ONU ammontavano complessivamente a 4 mila uomini; subito dopo (risoluzione 427) furono portate a 6 mila. Il contributo italiano (dal luglio 1979) consisteva in una cinquantina di militari e 4 elicotteri, con compiti di ricognizione, ricerca e soccorso, trasporto sanitario e collegamento.
In un’area che potrebbe diventare da un momento all’altro teatro di una guerra compiutamente guerreggiata, i nostri militari non sarebbero nelle condizioni di difendere con efficacia né se stessi né la popolazione civile.
Le regole d’ingaggio sono segrete; ma in questi anni qualche indiscrezione è naturalmente trapelata e non risulta che siano mai state cambiate.
Ad inizio ottobre 2006, l’allora ministro della Difesa Arturo Parisi, di fronte alla Commissioni riunite Esteri e Difesa del Senato, le aveva delineate così: “è consentito l’uso della forza, contro chiunque tenti di impedire ad UNIFIL di espletare i propri compiti o tenti di limitarne la libertà di spostamento; è altresì consentito l’intervento attivo anche nel caso in cui sia messa in pericolo l’incolumità della popolazione civile. La dinamica di un eventuale incontro nella propria area di unità UNIFIL con personale armato non facente parte delle forze regolari libanesi passerà attraverso le fasi di identificazione, di intimidazione a deporre le armi e a sottoporsi agli accertamenti necessari e di sequestro di tutti gli armamenti”. In realtà il compito delle pattuglie è di controllare il territorio e di informare per ogni cosa che possa destare sospetti la Sala Operativa, che ha un ufficiale di collegamento libanese, il quale fa eventualmente intervenire l’Esercito regolare libanese. Tanto per capirci, i militari italiani non sono nemmeno autorizzati ad entrare all’interno di proprietà private per effettuare controlli o perquisizioni. Queste limitazioni, che aumentano la sicurezza del nostro contingente e la simpatia della popolazione locale, riducono però sensibilmente l’efficacia dell’azione, se si considera che il LAF (Lebanese Armed Forces) non è adeguatamente finanziato, è composto per lo più da giovani di leva, non formati in modo specifico, ed è dotato di mezzi vetusti e spesso privi di manutenzione.
Comunque esiste evidentemente uno stretto legame tra le regole d’ingaggio e l’armamento in dotazione al nostro contingente, che rispetto a quello di Hezbollah appare decisamente molto “leggero”: in sostanza fucili d’assalto e mitragliatori 7.62 sulle torrette dei mezzi, con i caricatori non inseriti nelle armi. E non dimentichiamoci la minaccia della vicina Siria, ampiamente sostenuta dalla Russia di Putin, che potrebbe avere tutto l’interesse a cogliere l’occasione per distrarre l’attenzione dalla sua operazione speciale in Ucraina.
I nostri militari hanno fatto in questi anni un eccellente lavoro umanitario e come sempre sono stati molto apprezzati: sono stati messi a disposizione della popolazione ambulatori mobili, per visite, consulti medici e per la distribuzione di medicinali; distribuite tonnellate di aiuti umanitari; realizzate strade e scavati pozzi; formati panificatori.
Tuttavia un’azione umanitaria pressoché inerme, per quanto lodevole, non può essere il cuore della missione di un esercito regolare, se non per interventi mirati, brevi e circoscritti. Né possono esserlo l’attività di addestramento e quella di cooperazione (v. p.e. le operazioni CIMIC – Civil Military Cooperation).
Dopo 46 anni si deve onestamente riconoscere che, così perseguito, l’obiettivo delle Nazioni Unite è fallito, prenderne atto formalmente e rimpatriare subito tutti i nostri militari.
Dalle iniziali 50 unità, le nostre forze sono cresciute fino a circa 2.500. Ora ammontano a poco più di 1.000 In una situazione normale si possono evacuare in un paio di giorni ordinatamente (leggi: “decorosamente”, memori della fuga da Kabul del 2021).
Forse fra poche ore potrebbe diventare impossibile. Lasciarle lì ancora comporterebbe seri rischi per la loro incolumità e comporterebbe anche l’eventualità che l’Italia rimanga malamente invischiata in quella guerra. Colpire intenzionalmente UNIFIL non è nell’interesse di alcuna delle parti in causa, ma in guerra tutto può succedere. Come dovremmo reagire se il nostro contingente dovesse malauguratamente subire delle perdite? Potremmo limitarci ad abbozzare?
Ci sono delle procedure da rispettare ed impegni internazionali da onorare. Senza nulla togliere al ruolo dei 20 Paesi (UK compreso) che partecipano alla missione con meno di 5 unità, il contributo a UNIFIL degli italiani è sempre stato ed è tuttora determinante, senza alcun dubbio; dovremmo dunque avere il peso politico-diplomatico necessario per orientare un ripensamento del Consiglio di Sicurezza; che però non sembra avere la tempestività richiesta nella pericolosa circostanza attuale. E non si tratta comunque, come hanno dichiarato di recente i nostri Ministri degli Esteri e della Difesa, di modificare semplicemente le attuali regole d’ingaggio. E non solo per questa missione.

P.S. Giovedì 21.8.2025 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha deciso all’unanimità di prolungare fino alla fine del 2026 la missione UNIFIL e di ritirare gradualmente il personale impegnato entro la fine del 2027. Era ora – anche se, arrivati a questo punto, non si capisce perché aspettare altri due anni; nel frattempo forze internazionali impegnate davvero nell’interposizione neutrale sarebbero utili su molti altri teatri di guerra.