Bambini in guerra.

Un/a solo/a bambino/a ucciso o reso orfano da una bomba, mutilato o operato senza anestetico, morto per ipotermia o gravemente denutrito, violato o rapito, provoca una pena indicibile e induce a riflessioni amarissime; anche perché, ovviamente, i piccoli non hanno mai alcuna responsabilità nei conflitti degli adulti, nei quali si trovano coinvolti di riflesso, loro malgrado, e sono invece i primi a soffrirne, fisicamente e/o psicologicamente.

A Gaza sono diverse migliaia i bambini vittime dell’offensiva provocata da Hamas il 7 ottobre del 2023. I giornali e tutti gli altri mezzi d’informazione parlano diffusamente di quei tragici avvenimenti tutti i giorni.

L’Osservatorio di Pavia sui media stima che le notizie sulle guerre interessino per oltre il 50% il conflitto israelo-palestinese; invece, se si considera che la guerra in Ucraina assorbe un ulteriore 46,5% dell’informazione corrente, rimane solo un residuo di poco superiore al 3% per trattare tutti gli altri casi – che, di conseguenza, la nostra opinione pubblica non può che ignorare.

Eppure, i dati più recenti (fonte: Caritas Italia) ci dicono che nel 2023 erano più di 50 gli stati che vivevano situazioni di conflitto armato, 4 delle quali ad altissima intensità e circa 20 ad alta intensità (cioè, ricordiamolo, con un numero di morti accertati compreso tra 1.000 e 9.999). Nel corso di un intero anno solare, di alcuni conflitti non è stata fornita proprio alcuna notizia – black out totale: Bangladesh, Etiopia, Guatemala, Honduras, Iraq e Kenya. Di altri, pur rilevanti, solo notizie saltuarie e frammentarie.

Per esempio, c’è da chiedersi quanti siano sufficientemente informati sulla guerra in Sudan, dove si stima che attualmente tra i 15 e i 30 milioni di persone richiedano assistenza (acqua, cibo, alloggi di emergenza, cure mediche) e protezione umanitaria (fonte: UNHCR) – sui 300 milioni che ne necessitano globalmente (dato OCHA). Tanto per capirci, è come se da noi dipendessero dagli aiuti umanitari i residenti in Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Toscana, tutti insieme, essendo la nostra (Italia) e la loro (Sudan) popolazione di dimensioni analoghe.

Quanti di questi sono bambini? Su questo punto occorre fare un’osservazione. La popolazione italiana è tra le più anziane al mondo e la quota di bambini (diciamo al di sotto dei 12 anni) ammonta al 9,5% (fonte: ISTAT). Nella maggior parte degli altri Paesi, e in Africa in particolare, la popolazione è di gran lunga più giovane. In Sudan la fascia di età 0-14 anni rappresenta oltre il 40% della popolazione (fonte: The World Factbook). Dunque, per effetto della diversa composizione demografica, le sofferenze dei civili coinvolgono i piccoli in una misura da noi inimmaginabile. Se, malauguratamente, degli esplosivi colpiscono un villaggio, uccidendo a caso un gran numero di civili, c’è purtroppo da aspettarsi che circa la metà siano bambini. Percentuale che cresce ancora parecchio, se gli adulti maschi sono stati reclutati e sono impegnati altrove nell’attività militare.

Una maggiore informazione, senza esclusioni, su tutto il panorama, sempre più vasto e preoccupante, dell’esplosiva situazione internazionale ci aiuterebbe a valutare meglio non solo i rischi di una crescente instabilità, ma anche il reale significato di alcuni indicatori della pervicacia e della crudeltà di certe operazioni belliche. Oltre, naturalmente, a farci apprezzare di più la nostra condizione di sicurezza, di libertà, di stabilità, di benessere abbastanza generalizzato.

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