Democrazia o no?

Di questi tempi ci poniamo spesso la domanda se in un certo Paese viga la democrazia o ci sia ancora la democrazia – intendendo la moderna democrazia liberale “occidentale”. Naturalmente non è facile rispondere a questa domanda: sia perché la democrazia non è qualcosa che, come una lampadina, si spenga in un momento dato, essendo invece esposta quasi sempre ad un lento degrado, talvolta impercettibile, nel corso di un periodo di tempo anche abbastanza lungo; sia perché gli aspetti da considerare sono tanti, spesso sfumati e contrastanti, da valutare nella realtà dei fatti e non solo in astratto. Di sicuro non è soltanto la presenza di consultazioni elettorali, più o meno libere, a fornirci una risposta chiara; non mancano infatti gli esempi di dittature conclamate, che inizialmente si sono affermate attraverso delle elezioni popolari, o di democrature, che hanno continuato a legittimarsi formalmente proprio usando lo strumento elettorale, ancorché opportunamente manipolato.

Sulla parete in fondo a tutte le aule dei tribunali italiani, dietro lo scranno dei giudici, è scritto: “La legge è uguale per tutti”. È giusto ricordarlo in quella sede, perché è un principio cardine della nostra democrazia, sancito dall’art. 3 della Costituzione. Ma abbiamo mai avuto la sensazione che sia stato attuato fino in fondo? Nei fatti, suffragati dalle statistiche relative alla composizione della popolazione carceraria, sembra che ci sia una giustizia per i poveri ed una per i ricchi; una per i potenti ed una per le persone comuni; una per i cittadini italiani ed una per gli immigrati; una per i tossicodipendenti ed una per gli altri. Se poi sei una persona comune, in difficoltà economiche, immigrato e con qualche forma di dipendenza, allora il tuo domicilio è molto probabilmente all’indirizzo di un carcere. Ciononostante, pochi dubitano che la nostra sia una democrazia, benché un po’ acciaccata. Il motivo, tra i molti altri possibili, è che per essere giudicati in modo equanime, senza alcuna distinzione, occorre prima di tutto arrivare davanti ad un giudice; ed in effetti l’incriminabilità e la punibilità, nel nostro ordinamento, sono escluse solo in pochi casi ben determinati. Si tratta, per ricordarne alcuni, della minore età; dell’incapacità d’intendere e di volere; della legittima difesa; del c.d. stato di necessità; di una costrizione fisica insuperabile; nonché di alcune figure istituzionali, come il Presidente della Repubblica, i Parlamentari, i Giudici della Corte Costituzionale e gli Agenti diplomatici stranieri (fatta salva la giurisdizione della Corte Penale Internazionale).

Nell’ordinamento italiano un pubblico ufficiale (inclusi gli agenti di polizia, i carabinieri e la guardia di finanza.) che eserciti la forza è indagabile, incriminabile e punibile, esattamente come qualsiasi altro cittadino, qualora ecceda i limiti stabiliti dalla legge. Persino gli agenti dei servizi informativi (intelligence) godono soltanto di “garanzie funzionali” (legge n.124 del 2007), che rappresentano un punto di equilibrio tra opposte esigenze: la difesa delle istituzioni democratiche, anche attraverso la tutela della necessaria efficacia operativa, e il rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento. Solo recentemente (con il c.d. scudo penale, introdotto dal decreto sicurezza, promulgato ieri) le garanzie a tutela delle forze dell’ordine sono state un po’ rafforzate.

La giustizia statunitense è sempre stata “uguale per tutti” più di quella italiana. Negli Stati Uniti diversi personaggi ricchi, potenti o famosi sono stati condannati e incarcerati, specialmente per reati finanziari (i c.d. white-collar crimes), per frodi o per crimini sessuali. Però le immagini dei due episodi avvenuti recentemente negli USA per opera dell’Immigration and Customs Enforcement (meglio noto come ICE), l’omicidio di Renée Nicole Good e di Alex Jeffrey Pretti, ci hanno lasciato inorriditi e sgomenti, anche perché gli autori di quei crimini, spudoratamente commessi davanti ai telefonini di decine di presenti che li hanno ripresi (alla luce del sole, si sarebbe detto una volta) non saranno probabilmente mai puniti dalla giustizia americana. Infatti, in base alla normativa statunitense, pur non godendo di un’impunità assoluta, sono soggetti a protezioni legali significative, che rendono difficile perseguirli civilmente o penalmente. Tra l’altro, un agente accusato da uno Stato dell’Unione può ottenere il trasferimento del suo caso in un tribunale federale, dove le norme di immunità sono più ampie.

Le attuali, lunghissime file davanti agli uffici di reclutamento dei volontari dell’ICE testimoniano quanto allettanti siano le generose condizioni economiche offerte per allargare i quadri di questo corpo, fino a farlo diventare una vera e propria milizia alle dipendenze dirette della Casa Bianca; e testimoniano anche quanto appetita sia la possibilità di esercitare un potere di sopraffazione sui nostri simili, fino all’atto estremo di ucciderli[1], senza doverne sostanzialmente rispondere e sentendosi, anzi, dalla parte di chi comanda.

Però non dobbiamo dimenticare che anche in Italia abbiamo assistito a qualcosa del genere, se non di più grave, con l’irruzione della polizia nella scuola Diaz, durante il G8 di Genova del luglio 2001. A seguito di quei fatti, i presunti responsabili sono stati indagati, incriminati e giudicati colpevoli fino al terzo grado di giudizio, conclusosi nel 2012. Successivamente anche la CEDU ha emesso due condanne nel 2015 e nel 2017. Risultati incoraggianti, per chi crede nella forza del diritto, se non fosse che i condannati per i fatti della Diaz, nonostante l’interdizione dai pubblici uffici, sono poi stati oggetto di promozioni e carriere folgoranti. Il capo della DIGOS di Genova dell’epoca, pur condannato in via definitiva, ha addirittura raggiunto la posizione di Questore in un’importante provincia del Piemonte.

È impressionante, a distanza di un quarto di secolo, ritrovare. nel recente delitto di Rogoredo, la medesima modalità di messinscena (lo zaino contenente la pistola giocattolo) che contrassegnò i fatti di Genova (il sacchetto contenente le molotov), come se da allora non fosse cambiato nulla nello stile criminale di certi tutori della legge. Per inciso, i due poliziotti che introdussero le molotov nella scuola Diaz, pur condannati anch’essi in via definitiva, sono ritornati in servizio e sono stati promossi, entrambi, alla carica di vicequestore.

Dunque in Italia la giustizia, sia pur lentamente, segue il suo corso, ma il risultato finale non pare divergere poi molto da quello che verosimilmente riguarderà gli agenti dell’ICE, responsabili dei due recenti omicidi ricordati sopra.

Se, al di là delle definizioni teoriche, dovessi indicare un solo elemento che i cittadini vivono come caratterizzante della loro appartenenza ad una democrazia, non avrei dubbi nello scegliere la dimensione della libertà, percepita in primis come libertà dalla violenza, dalla prepotenza, dall’arbitrio e dal sopruso, soprattutto se esercitati dalle forze dell’ordine e dalle stesse istituzioni dello Stato in cui vivono; Stato che, nel garantire loro la sicurezza e l’ordine (Hobbes), ne deve tutelare prioritariamente la vita e, appunto, la libertà (Locke).

Comunque (per tornare al parametro delle elezioni, la cui rilevanza abbiamo giudicato marginale all’inizio di questo post), se fra otto mesi il Presidente Trump giocherà sporco alle prossime elezioni presidenziali di metà mandato e/o troverà il modo di farsi riconfermare nel 2028, nonostante il limite degli otto anni, sancito dal 22° emendamento della Costituzione, allora sarà lecito incominciare a dubitare davvero che da quelle parti ci sia ancora aria di democrazia; nonostante la recente decisione della Corte Suprema di bocciare le modalità con le quali sono stati introdotti i dazi – decisione rassicurante, perché indica che qualche meccanismo indipendente di bilanciamento esiste ancora, pur in presenza di una maggioranza della Corte di fede repubblicana, come predisposta dallo stesso Presidente Trump.

[1] Su questo aspetto si veda l’orribile pratica omicida dei turisti cecchini, durante l’assedio di Sarajevo, nella prima metà degli anni ‘90.

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