Intervista a Licio Turacciolo.

Intervista a Licio Turacciolo, fondatore e direttore della prestigiosa rivista Confine – 28 settembre 2027.

Int. Grazie d’aver accolto il nostro invito. Le rivolgerò alcune domande sul Medioriente ed in particolare su Israele. Sono trascorsi due anni dall’incidente della Sumud Flotilla, che inaspettatamente segnò una svolta e portò alla situazione attuale. Ci può riassumere brevemente i fatti?

L.T. L’incidente al quale si riferisce fece da detonatore di una situazione, che era già divenuta rapidamente incandescente. A differenza di quella di Israele, del tutto silente, la propaganda di Hamas si era rivelata molto efficace e aveva sollevato negli ultimi mesi un’ondata d’indignazione nell’opinione pubblica internazionale, tumultuosa e senza precedenti, almeno in Italia. Tutti sembravano vestire i panni di Giovanna d’Arco, simbolo della forza, della fede e dell’abilità delle persone comuni di fare cose straordinarie; tutti citavano (quasi sempre a vanvera) il diritto internazionale; tutti sparavano impudentemente dati e informazioni non verificati e spesso del tutto inventati; tutti disquisivano di aiuti umanitari e di logistica. Nessuno prospettava la ben che minima soluzione alternativa credibile per pacificare quella regione a lungo termine. In questa invereconda e generalizzata canea tutti si sentivano autorizzati a sproloquiare pubblicamente senza ritegno, persino in trasmissioni un tempo serie e misurate, come p.e. lo spazio riservato agli interventi degli ascoltatori di Prima Pagina di Rai Radio 3; trasmissione nella quale anche una conduttrice, vicedirettrice di un importante quotidiano nazionale, in un’occasione non si era peritata di dedicare l’intero spazio a sua disposizione per tessere le lodi della Flotilla[1]. Non s’era mai visto nulla di simile; io almeno non avevo mai visto uno tsunami del genere. Sindacati nazionali indicevano scioperi generali; gruppi di portuali minacciavano di bloccare non solo le merci dirette verso Israele, ma ogni attività se il Governo non si fosse allineato con il mainstream pro-Pal. Comportamenti antidemocratici e illiberali erano all’ordine del giorno ovunque, compreso il Senato Accademico di una delle più importanti università italiane. Stupefacente e impressionante. La velocità e la pervasività, con le quali dilagarono le manifestazioni per una delle due parti di questo conflitto armato, ignorando del tutto gli altri 55 conflitti aperti nel mondo, sembravano potersi spiegare solo con il risveglio di un antisemitismo profondo e diffuso, dissimulato per ottant’anni. Nessuno più ricordava le 1.200 vittime, i 250 rapiti, le indicibili atrocità del 10/7, né i circa 50 ostaggi ancora nelle mani di Hamas, meno della metà dei quali vivi.

Int. E poi cosa accadde?

L.T. Dopo l’incidente, una sequenza d’importanti avvenimenti determinarono in pochi mesi un mutamento radicale del contesto di riferimento, in quell’area, ma non solo. L’aggravarsi delle condizioni di salute dell’anziano Abu Mazen, che all’epoca sembrava poter avere un ruolo nel processo di pacificazione, lo costrinsero improvvisamente a rinunciare alla sua carica di Presidente dell’ANP.  L’aereo governativo di Netanyahu, obbligato a seguire rotte tortuose per evitare i cieli di numerosi paesi e l’eventualità di un arresto in base al mandato della Corte Penale Internazionale, subì un incidente, la cui dinamica non fu mai ben chiarita, che portò alla scomparsa del Primo Ministro e dei due Ministri più a destra di quel governo, che lo accompagnavano: Smotrich e Ben-Gvir. Poi, le elezioni di metà mandato negli USA cambiarono le maggioranze e portarono ad avviare una nuova procedura d’impeachment, che, pur nelle more dell’incerta conclusione, costrinsero il Presidente Trump a limitare il suo incondizionato sostegno ad Israele. Anche le crescenti minacce espansionistiche di Putin e il rafforzarsi della coalizione dei BRICS+ giocarono il loro ruolo. Nel frattempo, a causa dei costi monetari e umani della guerra, la situazione economica e sociale in Israele diventò sempre più precaria.

Int. I terroristi di Hamas si erano arresi e avevano riconsegnato gli ostaggi ancora nelle loro mani?

L.T. No, nient’affatto – anzi. Avevano più volte dichiarato pubblicamente che non si sarebbero mai arresi e ad un certo punto, sull’onda delle pressioni internazionali e delle contrarietà della stessa IDF, l’esercito di Israele si ritirò completamente dalla Striscia di Gaza. Hamas, uscito dalla “metropolitana” della Striscia, poté proclamare a gran voce d’aver vinto il conflitto e riprese immediatamente in mano il potere politico-istituzionale, estendendolo poco dopo anche alla Cisgiordania, priva della guida dell’ANP.

Int. In quelle circostanze, però, i mezzi a sua disposizione dovevano essere molto limitati e le esigenze dei palestinesi enormi. L’Iran riprese a finanziarlo e sostenerlo largamente?

L.T. Durante il conflitto seguito al 10/7 la maggior parte dei Paesi Arabi si era dimostrata molto prudente nel sostenere Hamas, materialmente e politicamente, e lo stesso Iran, dopo la guerra dei dodici giorni, si era ritratto; ma ora Hamas non ne aveva più realmente alcun bisogno. Riprese subito il controllo degli enormi aiuti internazionali a favore dei palestinesi, ma, soprattutto, s’impose immediatamente come l’inevitabile perno della gigantesca operazione di ricostruzione infrastrutturale, urbanistica e immobiliare della Striscia e come il collettore dei relativi imponenti flussi finanziari, destinati a durare per decenni. Questo gli permise di rafforzarsi militarmente in tempi molto rapidi e di intrecciare forti relazioni con governi, istituzioni e imprese d’ogni dove; ma, soprattutto, di rinnovare il suo giogo sui civili palestinesi, stremati dai lutti, dalle immani sofferenze patite e dalla necessità di soddisfare subito almeno le esigenze primarie e di ritrovare un po’ di normalità. Destino crudele, ma inevitabile, di una popolazione civile giudicata “sacrificabile”, dai suoi stessi governanti, in nome di una “causa”.

Int. Quello che ha appena delineato sembra un quadro critico e pericoloso. Come pensa che evolverà?

L.T. Effettivamente tutta l’area è ritornata ad essere la vecchia polveriera di un tempo, con due importanti aggravanti, che la rendono ancora più esplosiva. Hamas, dopo la vittoria, ora governa, oltre a Gaza, anche la Cisgiordania. Israele non rappresenta più un punto di riferimento e un elemento di stabilità; ha perso gran parte della sua deterrenza militare, della sua credibilità internazionale e della sua coesione interna – per non parlare dell’economia, che fatica molto a riprendersi, e della sua stessa sopravvivenza come realtà statuale, in pericolo come non mai. È abbastanza probabile che il prossimo futuro veda il radicamento della violenza e il prevalere del fondamentalismo musulmano più estremo, avversato dagli stessi paesi arabi più moderati.

Int. L’esito del conflitto avrebbe potuto essere diverso?

L.T. Sì, ormai eravamo molto vicini ad una soluzione. Certo, ad un prezzo altissimo – moralmente oltre che materialmente quasi insopportabile, per lo più dei civili palestinesi; prezzo che però era già stato “pagato” da loro. Sarebbe bastato, con il senno di poi, ancora un ultimo passo, se solo l’indignazione e le pressioni rivolte verso l’azione militare di Israele fossero state indirizzate, almeno in egual misura, verso i terroristi di Hamas.

L’offensiva di Israele dopo il 10/7 sembrò (e forse all’inizio effettivamente fu) una ritorsione, una pura vendetta, la cui intensità e durata si sarebbero dovute uniformare al principio della proporzionalità. Strada facendo, invece, si trasformò in un’azione strategica (per quanto confusa e condotta molto male), intesa a risolvere una volta per tutte la questione della sicurezza di Israele e della stabilità mediorientale. Per inciso, rileggendo gli avvenimenti di allora in questa prospettiva, potrebbe persino apparire plausibile, come alcuni insinuarono, l’ipotesi atroce che il 10/7 sia stato cinicamente “lasciato accadere” dal Governo israeliano. Comunque sia, dopo aver messo a tacere, in un modo o nell’altro, Hezbollah, Siria, Iran e Houthi, sembrò possibile affondare il colpo e chiudere la partita; a vantaggio di Israele, ma anche della EU e di quel che rimaneva dell’idea di Occidente. Penso che ci andammo molto vicino e che la prossima occasione potrà forse ripresentarsi fra decenni.

[1] Una perla della conduttrice, che rende l’idea del grado di distorsione del clima corrente di allora: I palestinesi di Gaza sono costretti a bere l’acqua di mare, di mare! Ovviamente nessuno può dissetarsi con l’acqua di mare, ma l’acqua di mare correttamente potabilizzata, come facevano di norma gli impianti di desalinizzazione della Striscia, in una regione desertica sprovvista di fonti naturali, può risultare all’altezza di quelle di Messner o di Del Piero. Peccato che vadano alimentati con il carburante, che Hamas sistematicamente sottraeva loro per rifornire le sue attrezzature militari.

 

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