Devo dire che trovo l’accoppiata podcast + radio-via-smartphone molto gratificante. Ci consente di confezionare ovunque un palinsesto personalizzato e ci permette di sfruttare al meglio i ritagli di tempo. Possiamo ascoltare le trasmissioni che più ci aggradano in orari compatibili con i nostri impegni quotidiani e sfruttare spazi che altrimenti andrebbero sprecati, come p.e. un trasferimento in macchina, l’attesa nell’ambulatorio di un medico, una passeggiata di salute.
L’altro giorno, in una di queste circostanze, ho ascoltato i primi due episodi del ciclo “Il nostro io invisibile: incontri di antropologia filosofica”[1]. Premetto che ho una formazione classica, ho studiato con molto interesse la storia del pensiero filosofico occidentale (da quello antico, talvolta riferendomi direttamente ai testi scritti in greco e in latino, fino a quello contemporaneo), ma anche il buddhismo.
Non ho, dunque, alcun preconcetto negativo verso la Filosofia in generale; né, aggiungo, nei confronti dell’Autore del ciclo, che è uno studioso colto, serio e intellettualmente onesto.
La mia tesi è che su alcuni temi specifici l’analisi filosofica possa diventare nel tempo uno strumento di conoscenza obiettivamente superato e che vada perciò messa garbatamente da parte. Mutatis mutandis, chi continuerebbe a praticare l’Alchimia, ispirandosi p.e. ad Avicenna o a Paracelso, dopo Lavoisier e l’affermarsi della Chimica?
In alcuni casi la speculazione filosofica dovrebbe semplicemente “ritirarsi” con discrezione dai territori occupati progressivamente dalla Scienza, dai suoi progressi, dalle sue continue, nuove attestazioni. Questo naturalmente non andrebbe visto come una diminutio, una riduzione del suo campo di riflessione (condivido l’idea kantiana che la Filosofia debba essere la custode della Scienza); al contrario, un riposizionamento ne rinfrescherebbe l’esercizio; non impoverirebbe le questioni affrontate, ma le porrebbe su un gradino superiore.
L’A. del ciclo dichiara esplicitamente d’avere cambiato recentemente veste: da quella di teologo a quella di filosofo. Ora, a chi fa il mestiere del teologo è concessa qualche zona franca, mentre il filosofo è esposto alla critica.
Nelle prime due conversazioni del ciclo le numerose citazioni riguardano[2]: Kant (1798), Pico della Mirandola (1486), Sant’Agostino (398), Leopardi (1829-30), Nietzsche (1883-85), Shakespeare (inizi del 1600); e poi Platone, Aristotele, Marco Aurelio, Spinoza, Plotino, Buddha, Simone Veil, Hannah Arendt, Carl Sagan; e Paul Davies, che (guarda, guarda) è noto anche per aver teorizzato un universo governato da leggi che favoriscono l’evolversi della materia in direzione della vita e dell’intelligenza.
Nessun riferimento invece a Darwin e alla rivoluzione che ne è seguita, né alle acquisizioni delle Neuroscienze; ma nemmeno ai fermenti dell’Etica evoluzionista. Tutto scorre lungo la linea di una personale narrazione, accattivante e spesso persino poetica, ma scandita per lo più da quelle che suonano come congetture, dopo che su quei temi la Scienza moderna ha già maturato una conoscenza fattuale.
Termini come vita, io, anima, psiche, spirito, mente, consapevolezza, coscienza, autocoscienza, coscienza morale vengono usati senza il dovuto rigore definitorio; senza nemmeno accennare al processo che ha portato all’emergere di questi elementi; alla loro precisa interazione nell’ambito della nostra fisiologia animale e umana. Viceversa si lascia intendere che ci sia qualcosa di “innato” (che qui sembra sinonimo di “creato”); e, riportando un brano famoso di Kant, si afferma che la vita spirituale (universale e necessaria) sia indipendente dalla animalità ed anche da tutto il mondo sensibile.
La biologia c’imporrebbe comportamenti opposti all’imperativo categorico kantiano, ma “la vita cosciente giunge ad amare così tanto la vita da superare l’istinto predatorio, egoistico” – vero, ma questa apparente contraddizione si può spiegare in termini di vantaggi evolutivi nell’ambito delle interazioni sociali, senza ricorrere ad argomenti evanescenti come l’amore.
[1] RAI Radio 3, Uomini e Profeti, Vito Mancuso, 2021-2022 [2] Tra parentesi la data, talvolta indicativa, del relativo testo citato