Riconoscere lo Stato Palestinese.

Da Singapore, dove è andato in visita ufficiale il 30 maggio scorso, Emmanuel Macron è intervenuto in favore della Palestina: “Il riconoscimento dello Stato Palestinese non è semplicemente un dovere morale, ma un’esigenza politica”.

Dopo una settimana gli ha fatto eco da Roma, in kefiah, la premiata compagnia Schlein, Conte, Bonelli & Fratoianni: “Governo, ascolta questa piazza e riconosci lo Stato di Palestina”.

Se invocando oggi il riconoscimento dello Stato di Palestina s’intende ribadire il diritto all’autodeterminazione di ogni popolo; se si vuole esprimere la propria partecipazione ai lutti e alle sofferenze di un paio di milioni di persone e il desiderio di vederne subito la fine; allora, naturalmente, non si può che essere d’accordo. Ma da esponenti politici di rilievo di due grandi Paesi dell’EU, Francia e Italia, ci si aspetta qualcosa di più; in primo luogo un’analisi realistica della situazione attuale. Altrimenti si prova la sgradevole sensazione che si tratti solo di retorica (leggi: aria fritta), esercitata, al solito, per motivi di consenso interno e per porsi, a parole, dalla parte dei buoni e dei giusti.

L’ONU ha riconosciuto la Palestina come Stato con la risoluzione 67/19 dell’Assemblea generale del 29.11.2012, approvata, tra i molti altri, anche da Francia e Italia. Conseguentemente, dal 3.1.2013 l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) ha adottato il nome di Stato di Palestina sui suoi documenti ufficiali. Attualmente la Palestina è riconosciuta come Stato da 147 Paesi, sui 193 appartenenti all’ONU.

Il riconoscimento di uno Stato è una decisione che ciascun Paese prende autonomamente, utilizzando criteri propri e non standardizzati. Comporta comunque che vengano soddisfatti alcuni requisiti, abbastanza ovvi. La Convenzione di Montevideo elenca quelli che sono gli elementi costitutivi di uno Stato: una popolazione stabile che risieda sul territorio dello Stato da riconoscere; un territorio definito; un governo centrale che eserciti un controllo effettivo su quel territorio e sulla popolazione ivi insediata; la capacità di intrattenere relazioni internazionali.

È evidente a chiunque che almeno due di questi criteri non sono soddisfatti; oggi più che mai. La Palestina non ha un governo unitario; i suoi territori sono in buona parte occupati da Israele; i suoi confini non sono definiti con precisione e quelli eventualmente riconosciuti a livello internazionale non corrispondono con quelli reali. Dunque, come ha pragmaticamente dichiarato il nostro Ministro degli Esteri, non è possibile riconoscere lo Stato di Palestina, perché non c’è uno Stato Palestinese.

Il fatto che il territorio sia diviso in due zone distinte, Cisgiordania e Striscia di Gaza, tra le quali non vi è continuità geografica, potrebbe non essere un ostacolo di principio; però le due parti dovrebbero essere governate da un Governo unico, mentre è noto che Gaza è retta da Hamas e la Cisgiordania è amministrata dall’ANP, che sono del tutto “incompatibili” tra di loro. Il dissidio di Hamas con l’ANP, almeno per quanto riguarda il diritto all’esistenza di Israele, appare insanabile; d’altro lato, il Presidente Abu Mazen ha recentemente chiamato i militanti palestinesi di Hamas “figli di cani” e li ha invitati senza mezzi termini a rilasciare subito gli ostaggi, deporre le armi e trasformarsi in un partito politico.

Comunque la Striscia di Gaza è al momento occupata militarmente dall’IDF e né Hamas né l’ANP possono affermare di controllarla. Inoltre, anche la situazione della Cisgiordania palestinese è molto problematica e, purtroppo, tutt’altro che in miglioramento.

Attualmente non esiste un territorio palestinese della Cisgiordania: ci sono 165 “isole” palestinesi e circa 280 “insediamenti” israeliani (censimento ONU 2023), suddivisi in semplici avamposti (illegali anche per il Governo israeliano), colonie, e vere e proprie città. Se ci fosse stata la volontà politica, nei giorni immediatamente successivi al 10/7 si sarebbe forse ancora potuto, rinunciando ad un certo numero di insediamenti, almeno tra i più recenti, restituire un po’ di continuità, di pace e di futuro al territorio sotto il controllo dell’ANP [vedi post 10/7 – Una dolorosa digressione, datato 10/14]. Da allora però il clima è molto peggiorato e si sono moltiplicate le pressioni, le restrizioni, le minacce e le violenze dei coloni e dell’esercito nei confronti dei palestinesi. Ma ad allontanare ulteriormente ogni prospettiva favorevole per i palestinesi e ad esplicitare chiaramente gli obiettivi israeliani, il Governo di Gerusalemme ha approvato, alla fine del maggio scorso, la creazione di 22 nuove colonie in Cisgiordania, segnando la più vasta espansione degli insediamenti degli ultimi decenni. Lo stesso ministro Smotrich l’ha definita un passo fondamentale verso una “sovranità de facto” sulla Cisgiordania, cioè un controllo israeliano permanente senza una formale annessione.

C’è poi la questione dei confini, che dovrebbero essere certi e stabili. Mi sembra che la maggior parte dei Paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina lo abbiano fatto sulla base dei confini precedenti al 1967. Sicuramente lo hanno fatto gli ultimi tre, Norvegia, Irlanda e Spagna, nel giugno del 2024.

Ora, confini certi e stabili implicano una soluzione stabile, riconosciuta dai contendenti e a livello internazionale; risultato che non è stato possibile raggiungere, non dico a far tempo dal 1967, ma nemmeno dal 1993-95 (accordi di Oslo).

Quella che spesso viene indicata come una “occupazione illegale” è il risultato di una guerra voluta dagli arabi nel giugno del 1967 con l’intento di cancellare Israele dalle carte geografiche. Israele, che in pochi giorni riuscì a prevalere sulla coalizione degli aggressori, occupò dei territori, per motivi essenzialmente di sicurezza, i confini dei quali sono rimasti in discussione (tranne che per l’Egitto e la Giordania), non essendo mai stato approvato un trattato di pace.

Sono sempre stato un convinto sostenitore della soluzione “due stati per due popoli”. Adesso questa opzione semplicemente non è più realizzabile, come non è possibile invertire il corso del fiume Po e farlo fluire dall’Adriatico al Monviso.

È stata una soluzione praticabile per tre decenni, dagli accordi di Oslo al 10/7 e, per qualche mese, anche dopo il feroce e sanguinoso attacco di Hamas, nelle more della elaborazione della strategia di risposta da parte di Israele.

Ma in questo lungo periodo di tempo la diplomazia internazionale non ha saputo o voluto fare sostanzialmente nulla e dopo il 10/7, invece di cogliere prontamente un’opportunità storica, con tutti gli strumenti a disposizione, è rimasta attonita e paralizzata.

Bisogna onestamente riconoscere che in questi trent’anni il mondo è cambiato, ma anche Israele è cambiato, e non poco – politicamente, socialmente e, direi, persino antropologicamente. Adesso occorre accantonare ogni vana illusione e, pur con tristezza e rammarico per le molte occasioni sprecate, individuare un second best realistico e unire tutte le forze per realizzarlo.

PS In queste ore Israele ha colpito i siti nucleari dell’Iran, i suoi sistemi di difesa aerea e ucciso una dozzina di dirigenti militari e dell’intelligence, nonché tecnici e scienziati a capo del programma atomico, dichiarando di fatto la guerra a quel Paese. Collegando i puntini si capisce, ormai oltre ogni ragionevole dubbio, che si tratta, almeno nelle intenzioni, dell’azione conclusiva di una strategia politico-militare volta a rompere, una volta per tutte, la ragnatela sciita, che ha avvolto lo Stato d’Israele ed ha apertamente minacciato la sua stessa sopravvivenza, con vicende alterne, almeno dal 1967 ad oggi.

Quello che rileva, per l’argomento trattato sopra, è la pronta dichiarazione dell’IDF, secondo la quale a questo punto il fronte di Gaza è diventato “secondario”; con tutto ciò che questo può implicare.

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