13 mesi dopo.

Non credo che lo stato binazionale possa rappresentare una prospettiva realistica. Continuo invece a pensare, convintamente, che la vecchia formula “due stati per due popoli” della 181 dell’ONU, rifiutata all’epoca dagli arabi, resti ancora l’unica soluzione giusta e possibile per riportare un po’ di stabilità e di equilibrio in medio-oriente. E penso anche che l’idea di restituire continuità territoriale alla Cisgiordania palestinese e fondare lì lo stato palestinese (vedi post del 14 ottobre 2023) avrebbe potuto essere l’opzione vincente; non solo per evitare l’escalation alla quale abbiamo assistito sgomenti in questi mesi, ma anche per avviare un futuro di pacifica convivenza e di relativa prosperità.

Ora però, dopo più di un anno, ripensando criticamente a tutti gli avvenimenti che si sono succeduti, vedo con molta più chiarezza il motivo per cui già allora era improponibile. Un motivo tutto interno al Governo d’Israele, pesantemente condizionato dalla politica di un paio di partiti (l’Otzma Yehudit o Potere Ebraico e il partito sionista religioso Tkuma) e dei loro illustri rappresentanti (i due ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich), senza l’appoggio dei quali nel 2022 l’attuale governo di Netanyahu non si sarebbe mai insediato; e cadrebbe oggi all’istante.

Non c’è dittatore o autocrazia al mondo che alla lunga possa resistere all’opposizione di un grande movimento popolare, alla sollevazione di un’intera società. Perché non avviene nei confronti di un esecutivo parlamentare, in un Paese che ha invece il vantaggio di essere comunque una grande democrazia liberale, con tutti i contrappesi, le garanzie e gli strumenti legali e istituzionali necessari? Bisogna riconoscere che cambiare governo, con una guerra per la sopravvivenza in corso, spaventa chiunque e rappresenta obiettivamente un rischioso salto nel buio. A me sembra tuttavia che non sia stata questa la motivazione principale, dato che grandi cortei di protesta si vedevano per le strade delle più importanti città israeliane già molto prima del 10/7.

Siamo nel 3° millennio, ma i sionisti religiosi (che nelle varie articolazioni raccoglierebbero il favore del 22% della popolazione – questo è il punto), nella loro vita quotidiana e nella loro attività politica si richiamano letteralmente alla parola di Dio ed ai testi sacri; e mirano alla ricostruzione di un’Israele biblica. Alcuni di questi, poi, soprattutto coloni insediatisi nella West Bank, promuovono le loro idee in modo indubbiamente poco democratico: prevaricatore, aggressivo e violento; fino al punto d’aspirare pubblicamente alla costruzione di una sinagoga sulla spianata delle moschee, al posto della Cupola della Roccia.

Sono espressione di un radicalismo teocratico che, personalmente, non esiterei a definire fondamentalista o “khomeinista”. Un integralismo pericoloso, come si è constatato, del quale una democrazia laica dovrebbe sapersi tutelare prima e, eventualmente, emendare poi; e che di certo non era nelle corde dei primi kibbutzim.

Cupola della Roccia, Gerusalemme.

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