Cavour e UNIFIL.

Riporto (a memoria) dal mio libro di storia del liceo (Corso di Storia di Pietro Silva). Nel mese di gennaio del 1855 il Conte di Cavour, alleatosi con Francia e Inghilterra senza alcuna prospettiva di compensi o benefici, decise d’inviare un piccolo contingente militare italiano nella lontana Crimea, per partecipare alle operazioni belliche contro la Russia. Al comando del generale Alfonso La Marmora, i nostri soldati si distinsero sul fiume Cernaia (un insignificante corso d’acqua lungo appena una trentina di chilometri, che dà il nome ad una via del centro di Torino). Le nostre perdite ammontarono a circa 2.000 uomini (morti peraltro quasi tutti di colera) e la missione, giudicata da molti estranea agli interessi nazionali, non fu esente da critiche per i sacrifici e le spese che comportò. Ma ancora oggi Cavour è ricordato per quella brillante iniziativa politico-diplomatica, che gli consentì di rompere l’isolamento del Piemonte e di sedere, l’anno dopo, insieme alle grandi potenze occidentali, al tavolo del Congresso di Parigi, accanto a Napoleone III e a lord Clarendon.

Non ho fatto alcuna verifica in proposito, ma penso che questo episodio venga insegnato ancora oggi in tutte le scuole superiori e che stia nel background culturale degli italiani istruiti. L’idea che si possa acquisire peso politico-diplomatico, muovendo qualche pedina militare sullo scacchiere internazionale, senza peraltro rischiare più di tanto, è probabilmente entrata, per via scolastica, nel DNA dei nostri governanti.

Ieri un carro armato dell’IDF ha sparato un paio di colpi dimostrativi all’indirizzo di UNIFIL, allo scopo evidente di segnalarle che a questo punto è forse il caso di farsi da parte. C’è il rischio concreto che Hezbollah si faccia scudo di UNIFIL come Hamas si è fatto scudo dei civili palestinesi. Naturalmente in Italia sono subito scoppiate le prese di posizione indignate e il nostro Ministro della Difesa ha dichiarato d’aver perso la pazienza (come riportato oggi da tutti gli organi di stampa). Se il Ministro ha perso la pazienza, io, come semplice cittadino, mi sento autorizzato a spazientirmi a mia volta; e a ricordargli, al di là di tutti i possibili distinguo, che Israele sta combattendo per la sopravvivenza, non per un capriccio. Noi invece stiamo giocando con i soldatini, che però non sono di piombo e che rischiano la vita. Peace keeping? Ma dov’è la pace che avremmo dovuto contribuire a mantenere negli ultimi diciott’anni? Non è un periodo di tempo sufficientemente lungo per riconoscere che l’obiettivo non è stato raggiunto e per ritirarci in buon ordine? Che la decisione spetti all’ONU è un’impostazione corretta, ma solo formalmente. A dover premere in quella direzione siamo noi, i protagonisti indiscussi di quella missione, sino al punto di muoverci da soli, se necessario; non possiamo certo attendere che lo proponga il senhor Guterres o che lo votino di loro iniziativa i Paesi che contribuiscono alla missione anche con meno di 5 addetti.

(v. i post UNIFIL ad interim forever del 3.8 e Libano del 24.9)

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