Nel 1995 non sapevo praticamente nulla di genetica – del resto la paleogenetica era ancora tutta da inventare e ci sarebbero voluti altri otto anni per completare il sequenziamento del genoma umano.
Nel mese di settembre di quell’anno mi recai per la prima volta in Mozambico e, affacciandomi alla scaletta per scendere dall’aereo appena atterrato all’aeroporto di Maputo, provai all’improvviso un’inspiegabile, fortissima, pervasiva e appagante sensazione di essere “a casa” – per chi ricordi il film di Steven Spielberg del 1982, un lampo d’emozione simile alla struggente empatia provata per il piccolo alieno, quando indica con il lungo dito affusolato lo spazio e pronuncia con voce roca il famoso “ET telefono casa”.
Me ne diedi una possibile spiegazione (ma fu in realtà una vera folgorazione) diversi anni dopo, quando nel 2008 si diffusero i risultati della ricerca di Cavalli-Sforza sull’origine geografica dei primi esseri umani moderni europei (European Early Modern Human o EEMH), collocata proprio nell’area sub-sahariana, relativamente circoscritta, occupata oggi dagli stati della Namibia, del Botswana e del Sud Africa, prossimi al Mozambico e simili sotto il profilo ambientale e climatico. Qualcosa di quell’esodo, qualcosa di inciso nella profondità più recondita dei miei geni, si era dunque conservato per duecentomila anni – così almeno non potei fare a meno di dirmi.
Quando ci si prospetta l’eventualità di un’estinzione della specie umana, i più cinici e superficiali di noi pensano d’impulso: “ben venga” – facendo prevalere, almeno di primo acchito, la delusione e lo sconforto per tutte le tragedie, le atrocità, i danni ed i guasti, dei quali collettivamente ci siamo resi responsabili, nel corso della storia più recente dell’umanità. Tendiamo invece a trascurare, sull’altro piatto della bilancia, gli enormi progressi fatti in campo scientifico, tecnologico, economico e sociale. Ma questo è terreno di dibattito e le nostre opinioni possono dividerci.
C’è però un campo, quello della genetica, che con le sue straordinarie scoperte e con tutte le sue derivazioni, ci ha posto plasticamente di fronte ai meravigliosi meccanismi che presiedono all’origine e all’evoluzione della nostra specie (peraltro anticipati dalle osservazioni e dalle straordinarie intuizioni di Charles Darwin), sui quali, credo, non possiamo non essere tutti d’accordo.
Nel corso di diversi milioni di anni, almeno da quando il genoma umano si separò da quello della scimmia, come specie abbiamo messo a punto dei meccanismi biologici di una sottigliezza, di una ingegnosità e di una bellezza da togliere il fiato (si veda p.e. il libro di S. Mukherjee, citato nella bibliositografia). Inoltre, siamo qui a parlarne grazie ad una successione di fortunati casi fortuiti, parecchio improbabili, e nel corso della nostra storia evolutiva siamo riusciti a superare miracolosamente diversi colli di bottiglia evoluzionistici, che almeno in un paio di circostanze (123-190mila anni fa e 70-75mila anni fa) ci hanno ridotto ad una manciata di esemplari. Come si può pensare di gettare tutto ciò alle ortiche, sbadatamente, con noncuranza, sciatteria e pochezza?
Al di là di ogni possibile speculazione sui destini della specie umana, basterebbero queste considerazioni per convincerci che dovremmo fare di tutto per salvarla e per conservarla grosso modo nella “configurazione” che conosciamo. Ma c’è di più.
Ciascuno di noi avverte, nel profondo, soprattutto di questi tempi, la responsabilità che abbiamo collettivamente nei confronti delle generazioni future, alle quali dovremmo consegnare un mondo almeno non peggiore di quello che ci è stato dato in comodato da chi ci ha preceduto. Però, se ci pensate, questa sensibilità riguarda soprattutto i nostri figli e i nostri nipoti; essa tende naturalmente ad affievolirsi, a mano a mano che ci proiettiamo mentalmente in un futuro più lontano. Tuttavia, per contro, essa aumenta all’aumentare del numero dei soggetti considerati e all’importanza di ciò di cui sono portatori. Il sole si spegnerà fra circa 5 miliardi di anni, ma l’umanità potrebbe teoricamente sopravvivere sul nostro pianeta per circa un miliardo di anni (e nel frattempo magari colonizzare altri mondi). Di quanti esseri viventi potremmo dunque pensare di essere i progenitori? Alcuni stimano che, in assenza di catastrofi, essi potrebbero essere un numero non inferiore a 1050 (un uno seguito da cinquanta o più zeri) – che è un numero enorme, superiore a quello di tutti gli atomi che compongono la nostra terra.
Ma la prospettiva non dovrebbe limitarsi a considerare la mera esistenza fisica dei nostri discendenti; a parte il loro numero, c’è da considerare anche e soprattutto il potenziale che potrebbero esplicare in ogni direzione. Senza sposare le posizioni estreme del lungoterminismo radicale, filosofia (o, meglio, ideologia) a mio parere inaccettabile ed eticamente alquanto urticante, non possiamo esimerci dal sentirci responsabili, per la nostra parte, anche degli straordinari, inimmaginabili risultati che l’umanità potrebbe in futuro raggiungere, se non perirà prima.
Dunque, concludendo, ci sono almeno due ottimi motivi per agire con saggezza e senso di responsabilità: custodire nel tempo quel meraviglioso meccanismo messo in luce dalla genetica, dalla genomica e dalle neuroscienze, sopravvissuto fin qui “per miracolo”; e dare ai nostri discendenti la possibilità di esistere e di esplicare tutto il potenziale del quale saranno capaci, senza peraltro sacrificare le nostre necessità attuali e dell’immediato futuro.
“Vasto programma”, avrebbe detto Charles De Gaulle…