Avanti, molto adagio.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite è da quasi ottant’anni[1] il più alto organismo internazionale permanente, nel quale trovano rappresentanza praticamente tutte le nazioni del pianeta. Ma il suo funzionamento non appare ottimale, benché assorba una quantità impressionante di risorse e impieghi un numero enorme di persone. Il suo lato forse più debole sta nelle procedure attraverso le quali maturano le risoluzioni, sia dell’Assemblea Generale che del Consiglio di Sicurezza. Nel caso malaugurato del profilarsi imminente del pericolo di una perdita di controllo umano su un’AGI ostile, affidarci al suo intervento sarebbe, per le sue caratteristiche, la soluzione più naturale – ma probabilmente anche la meno incisiva. Pensiamo a due recentissimi e significativi esempi, riguardanti il conflitto israelo-palestinese e il controllo del riscaldamento globale.

Primo esempio. Dato il diritto di veto dei membri permanenti[2] del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ma non solo), le risoluzioni, quasi sempre frutto di estesi compromessi, risultano blande e inefficaci; inoltre, pur essendo vincolanti, vengono spesso disattese o semplicemente ignorate. Ma ciò che qui rileva maggiormente è che il lungo lavoro diplomatico di limatura dei contenuti e persino la scelta meticolosa delle singole parole per esprimerli sacrificano ampiamente la tempestività dell’approvazione.

La prima risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul conflitto israelo-palestinese è stata approvata il 15 novembre 2023, dopo quattro tentativi falliti e a quasi sei settimane dal 10/7. La seconda, benché non condanni l’aggressione di Hamas del 7 ottobre, non chieda il cessate il fuoco né la sospensione delle ostilità, ma si limiti a invocare un generico accesso sicuro agli aiuti umanitari, è stata approvata solo il 22 dicembre, dopo diversi rinvii e una settimana d’intense trattative.

Secondo esempio. Cop28 – la 28ª conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, svoltasi dal 30.11 al 13.12 a Dubai. All’evento hanno aderito 198 Paesi e si sono registrati quasi 100mila (sic) partecipanti: capi di stato e di governo, funzionari governativi, rappresentanti d’imprese internazionali, rappresentanti del settore privato, accademici, esperti, operatori dei media; davvero il mondo intero.

Il lavoro preparatorio è stato incredibilmente lungo ed intenso. Per limitarsi all’ultimo anno, è andato dal PCD 14 alla Conferenza di Bonn, dal Summit for a New Global Financial Pact alla risoluzione 77/326 delle Nazioni Unite, dalle quattro Regional Climate Weeks al G20 di Nuova Delhi, dal SDG Summit 2023 al Climate Ambition Summit, dalla Conferenza dei donatori del Fondo Verde all’incontro di Marrakech della BM e del FMI, dal 3º Youth4Climate di Roma alla pre-COP28 di Abu Dhabi, dal TC5 alla Dichiarazione di Sunnylands e alla COY18.

Ebbene, nonostante tutto ciò, dopo due settimane di lavori l’accordo è stato raggiunto al termine di una nottata di trattative serrate, con quello che molti hanno giudicato un colpo di mano della Presidenza, adottando un’espressione (transition away, transizione in uscita) tale da non scontentare nessuno, ma tanto vaga e flessibile da apparire francamente deludente; un compromesso al ribasso, volto a conciliare posizioni inconciliabili.

Aprendo questo blog, alla fine del 2019, dicevo (nella pagina delle motivazioni): temo che per evitare [il] rischio [di] conseguenze […] apocalittiche […] e irreversibili non ci si possa affidare al buonsenso, alla capacità ed alla lungimiranza dei Governi […]. Oggi, a distanza di quattro anni, riscriverei queste righe, ma alla luce della velocità[3] con la quale AI si sta sviluppando, aggiungerei a “buonsenso, capacità e lungimiranza” anche tempestività.

[1] Fondata nel 1945, è stata però preceduta con funzioni simili dalla Società delle Nazioni, fondata nel 1920 e sciolta nel 1946. [2] Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti. [3] Molto superiore a quella indicata dalla legge di Moore. Si pensa che possa essere addirittura tre volte superiore, cioè nell’ordine dei sei mesi invece di diciotto.

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