Dal Giordano al Mediterraneo.

“Dal fiume al mare”: questo, che realisticamente è solo uno slogan per i sostenitori della causa palestinese, sembra invece rappresentare, per il governo di Netanyahu, un obiettivo concreto, perseguito con la diffusione a macchia di leopardo di insediamenti di coloni sempre più aggressivi in Cisgiordania ed ora con l’azione militare nella Striscia di Gaza.

Mi ero ripromesso di non scrivere più su questo argomento (anche perché estraneo al tema principale di questo blog) e di lasciarlo agli esperti. Ma un episodio recente, significativo benché numericamente limitato, m’induce a riprenderlo.

Nel corso di un combattimento a Shejaiya, a sud-est di Gaza City, avvenuto il 15.12, due soldati israeliani hanno ucciso per errore tre ostaggi del 10/7, presentatisi davanti a loro a torso nudo e sventolando una bandiera bianca; “violando tutte le regole d’ingaggio”, ha freddamente dichiarato il portavoce dell’IDF (e ci mancherebbe altro, aggiungo io).

Probabilmente seguirà un’inchiesta interna ed in quella sede si potrà forse fare luce sulle circostanze che hanno portato a questo tragico “incidente”. Nel frattempo, senza conoscerne la dinamica precisa, si potrebbe ipotizzare che la causa ultima stia nella particolare determinazione con la quale la controffensiva viene condotta. Io sarei piuttosto portato a pensare che stia nell’addestramento affrettato e nella concitazione dettata dal panico di militari non professionisti, strappati da un giorno all’altro alla loro vita civile di lavoratori, di studenti, di inattivi, e catapultati improvvisamente in una trappola infernale.

Comunque sia, questo episodio mi sembra sintomo di debolezza e vulnerabilità, non certo della forza controllata, che deriva da un chiaro ideale da perseguire, com’era ai tempi di Moshe Dayan. 

Da sempre l’attività diplomatica più proficua si svolge nell’ombra ed esige grande riservatezza. Ma la sensazione persistente, dopo due mesi di attività, è che nessuno dei protagonisti più o meno vicini ad Israele sappia veramente come uscirne. Di sicuro l’obiettivo di azzerare Hamas, ammesso che sia raggiungibile in tempi ragionevoli e senza annientare nel contempo anche la popolazione civile, non sarebbe poi sostenibile da Israele. Piaccia o non piaccia, Hamas non è soltanto una forza terroristica; è stata negli ultimi anni una forza di governo, che, secondo recenti sondaggi[1], raccoglierebbe ancora il consenso della maggioranza dei palestinesi della Cisgiordania ed anche, nonostante tutto, di quelli di Gaza.

Cerco di rispondere a quanti mi chiedono “tu cosa faresti, se fossi il primo ministro israeliano?”, ribadendo quanto già proponevo nel mio post “10/7 – una dolorosa digressione”, prima dell’inizio effettivo della controffensiva.

Finché la Striscia di Gaza sarà popolata sia da terroristi che da civili, molto difficilmente si potrà distinguere il grano dal loglio e le operazioni non potranno dirsi concluse, senza il concreto pericolo che si siano diffuse delle metastasi. Tuttavia, quando un piccolo oggetto cade in una vasca piena di un liquido torbido, il modo più semplice per trovarlo è di mettere sopra lo scarico una griglia con maglie di una larghezza tale da non farlo passare e poi aprire lo scarico. Dopo un po’ l’oggetto comparirà sul fondo della vasca.

Fuor di metafora, aprirei il valico di Kerem Shalom ai civili palestinesi di Gaza non belligeranti e desiderosi di uscire, approntando i mezzi necessari per una prima assistenza e per il trasferimento sicuro fino al confine con la Cisgiordania. Tenterei pubblicamente un accordo con l’ANP per la loro accoglienza, offrendo in cambio un primo, concreto allentamento della pressione nel West Bank, dismettendo subito e senza chiedere contropartite, in segno di buona volontà, i circa 100 avamposti illegali (spesso solo piccoli accampamenti). Se l’ANP si rifiutasse di accoglierli, avrei comunque ottenuto il vantaggio politico di scoprire il suo bluff.

Non aspetterei che la crescente riprovazione internazionale e la pressione interna finiscano per imporre la cessazione delle operazioni, prima di aver reso Hamas inoffensivo – rimanere a metà del guado sarebbe un disastro. Terrei presente che le soluzioni unilaterali, che vadano incontro spontaneamente ad almeno alcune delle esigenze della controparte, sono spesso le più efficaci in circostanze del genere. Rimescolano le carte e aprono spiragli inaspettati.

Poi, con più calma, negozierei l’annessione della striscia di Gaza bonificata, in cambio: di un arretramento reale e consistente di una parte significativa dei 132 insediamenti approvati dal governo; del ripristino della continuità territoriale interna della Cisgiordania; del successivo riconoscimento dello Stato Palestinese, entro confini ridefiniti con precisione internazionalmente.

Per quanto riguarda infine la vexata quaestio di Gerusalemme, farei mia e sosterrei convintamente la proposta del Cardinale Parolin. Gerusalemme andrebbe dotata di uno statuto speciale, che la renda una città aperta, riconosciuta internazionalmente come patrimonio dell’umanità, in virtù del suo eccezionale valore universale; sacra per eccellenza: per i musulmani e per gli ebrei, ma anche per i cristiani.

Tutto ciò è pura utopia? Forse, ma (al di là di ogni considerazione storica, giuridica, umanitaria) mi basterebbe valutare le conseguenze economiche, politiche e sociali (per non parlare della sicurezza) di un perdurare dell’attuale situazione per convincermi, molto pragmaticamente, che, nel mondo attuale, Israele semplicemente non se le può più permettere.

[1] Si veda: AWRD – Arab World for Research and Development e PCPSR – Palestinian Center for Policy and Survey Research. I risultati di questi sondaggi (fino all’80% di palestinesi favorevoli ad Hamas) vanno letti con molta circospezione, ma sono comunque indicativi del fatto che Hamas ancora oggi rimane per i palestinesi un riferimento politico-governativo prioritario.

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