Domanda.

Al momento (28 dicembre 2025) siamo nella fase delle indagini, ma quando queste si saranno concluse o, meglio ancora, quando, in caso di rinvio a giudizio, avremo una prima sentenza della magistratura, non sarò affatto sorpreso di apprendere che Hannoun & Co. siano stati dei convinti fiancheggiatori dei terroristi di Hamas. Avendo “ufficialmente” promosso il sostegno della popolazione civile di Gaza con un crowdfunding strutturato e prolungato nel tempo, attraverso una rete di associazioni, la domanda che mi pongo è: a chi avrebbero poi dovuto devolvere i consistenti importi (nell’ordine, sembra, di ben 8 milioni di euro), raccolti grazie allo slancio e alla generosità di tanti cittadini comuni in buona fede? A quale autorità, istituzione o organizzazione locale, davvero indipendente da Hamas? Ne è davvero esistita qualcuna, soprattutto negli ultimi anni? Oppure avrebbero dovuto consegnarli silenziosamente ad un’altra iniziativa umanitaria, rimanendo nell’ombra e rinunciando così alla visibilità ed al peso derivanti dall’indubbio successo della loro raccolta? A Medici Senza Frontiere, a Save the Children, a Oxfam, all’UNHCR, tanto per fare degli esempi? Impensabile.

Si ripropone dunque, da un inedito punto di vista, la questione del duplice, ambiguo ruolo (spesso dimenticato) di Hamas, che, oltre ad essere l’organizzazione terroristica che con l’azione disumana del 7 ottobre ha scientemente provocato l’inferno per la popolazione civile di Gaza, di quello stesso martoriato popolo è stata anche l’unico governo e l’unica amministrazione nella Striscia, sin dal successo nelle elezioni del 2006 e dalla successiva vittoria sul campo del 2007, contro Fatah. Si noti che gli osservatori internazionali hanno giudicato le procedure di voto del 25 gennaio 2006 libere, corrette e conformi con gli standard democratici. La presa di potere non è stata dunque il risultato di un colpo di mano o di brogli elettorali, ma di un consenso maggioritario degli elettori palestinesi; consenso che forse è diminuito, ma che non sembra essere venuto meno, nemmeno recentemente, al culmine della tragedia, se non per qualche debole e isolata manifestazione pubblica di protesta.

Blocco navale e acque internazionali.

Entro certi limiti, le motivazioni politiche o morali non sono contestabili. Si possono condividere o meno, apprezzare o condannare, ma rimangono delle scelte personali, soggettive. Quando invece ci si appella al Diritto occorre essere attenti e precisi, valutare bene tutti gli aspetti, evitare di semplificarlo o torcerlo a proprio uso e consumo.

Maria Elena Delia è la portavoce italiana della Global Sumud Flotilla. Bisognerebbe pacatamente ricordare, a lei, ai componenti della missione e ai tantissimi italiani che fanno loro eco e che in questi giorni scioperano, si mobilitano e dimostrano, talvolta anche violentemente, che il Diritto Internazionale, al quale si appellano tanto strumentalmente quanto ossessivamente, è fatto di diversi rilevanti elementi di valutazione, che non possono essere presi fior da fiore.

Per esempio, oltre alla Convenzione Onu sul diritto del mare (UNCLOS), esiste anche un diritto marittimo bellico. La Commissione internazionale dell’ONU, che nel settembre 2011 ha valutato il drammatico episodio della Gaza Flotilla del 2010, ha considerato legittimo il blocco israeliano (il blocco navale è stato imposto come legittima misura di sicurezza per impedire che le armi entrino a Gaza via mare e la sua attuazione è conforme ai requisiti del diritto internazionale). Si vuole negare questa legittimità? Non lo si può fare forzando il blocco, come non si può entrare dentro il terreno recintato del vicino, se si ritiene che l’estensione della recinzione o la sua stessa presenza non rispettino le risultanze del catasto tavolare. Ci sono eventualmente altri mezzi legali da esperire.

Comunque, anche l’UNCLOS non si limita ad affermare la libertà incondizionata di solcare le acque internazionali. La navigazione dev’essere priva d’intenti offensivi (“innocent”), tra i quali la violazione dei “diritti dello Stato costiero” – mentre non sono mancate le dichiarazioni pubbliche di organizzatori e partecipanti, profuse ai quattro venti e rilanciate dai media per settimane, circa l’intenzione di commettere l’atto ostile consistente nella violazione del blocco.

E poi le barche della Flotilla sono state fermate a circa 70 miglia marittime dalla costa, cioè entro le 200 miglia della Zona Economica Esclusiva (ZEE) d’Israele. Erano ancora molto lontane dalle 12 miglia delle acque territoriali di Gaza, che peraltro sono sotto il controllo israeliano, come potenza occupante. Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, Tel Aviv ha vietato in quelle acque ogni tipo di navigazione, persino quella delle barche da pesca.