L’antico proverbio “il nemico del mio nemico è mio amico” non sembra valere nella Siria di questi giorni (dicembre 2024, caduta del regime di Bashar al-Assad). La situazione è complicatissima e capire con una certa sicurezza, tra almeno una dozzina di fazioni principali[1] (per non parlare dei tanti gruppi etnici e religiosi), chi è chi, chi sta con chi e da chi è realmente sostenuto, è un’impresa quasi impossibile. La sensazione è che questa incertezza non valga solo per noi, comuni osservatori esterni, magari non particolarmente ferrati in materia, ma anche per le stesse forze in campo e per i vari attori internazionali, cancellerie e diplomazie comprese.
Quello che si può intuire con una ragionevole approssimazione è che se la dittatura di Assad rappresentava per i siriani la padella, ciò che ne prenderà il posto potrebbe rivelarsi presto la brace (com’è avvenuto, a conti fatti, per Saddam Hussein e per Mu’ammar Gheddafi, il successore dei quali è stato innanzitutto il caos). Analogamente, se ricordiamo le parole molto concilianti dei Talebani, all’indomani del precipitoso ritiro dall’Afghanistan dei contingenti militari occidentali nel 2021, e le confrontiamo con la realtà attuale (con le donne private di qualsiasi diritto, persino d’istruirsi, di parlare in pubblico e di curarsi), è giustificata la nostra incredulità rispetto all’immagine molto rassicurante che ha voluto dare di sé, in un’intervista rilasciata il 6/12 alla CNN, Mohammed al-Jolani; il capo dei “ribelli” jihadisti è stato infatti un militante di al-Qaeda, prima, e dell’ISIS, poi, nonché stretto collaboratore di al-Zarkawi e di al-Baghdadi – non proprio dei simpatici e innocui boy scouts.
Sul piano internazionale, quello che sembra di poter dire è che questi avvenimenti hanno umiliato la Russia, che si è dimostrata, in questi giorni, incapace di sostenere militarmente il regime di Assad. Ma, al di là dell’immagine ammaccata, questi eventi l’hanno indebolita, in quell’area e non solo, confinata com’è ora nelle sue due storiche basi di Khmeimim (aerea) e di Tartus (navale), che probabilmente sta già evacuando o sarà costretta ad evacuare presto. Dato che quella base navale sarebbe difficilmente sostituibile nel Mediterraneo e che il Baltico è diventato, dopo la recente adesione di Finlandia e Svezia al Patto Atlantico, un “lago” della NATO, il suo abbandono ridurrebbe significativamente la proiezione offensiva della marina russa, di fatto priva di sbocchi negli oceani, tranne che nel Pacifico settentrionale, con le basi navali della zona di Vladivostok
Pure la capacità offensiva dell’Iran e la sua stessa immagine risultano indebolite, non essendo stato in grado, del pari della Russia, di sostenere Assad in questa circostanza. Venuta meno, con la cesura del tratto siriano, la continuità dell’asse della resistenza iraniana, s’interrompe la via principale di fornitura di mezzi a Hezbollah; che, già fiaccato dai recenti scontri con l’IDF nel sud del Libano, non dovrebbe più costituire una reale minaccia per Israele.
Dunque, in sintesi, Russia, Iran e Hezbollah ci rimettono; e non poco. Chi ci guadagna?
Almeno in questa prima fase, sembrano ricavarne qualcosa:
- la Turchia di Erdogan, regista dell’operazione, nell’annosa questione curda e in quella dei 3,5 milioni di siriani, rifugiatisi in Turchia a seguito della guerra civile; e nell’indubbio aumento di prestigio e capacità di mediazione;
- l’Ukraina, per l’obiettivo ridimensionamento della Russia; che però, data la personalità di Putin, potrebbe indurla ad una reazione rabbiosa su quel fronte;
- Israele, che, approfittando dell’occasione, ha già avviato, in via cautelare, un’estensione a nord delle posizioni tenute sulle alture del Golan e una nutrita serie d’incursioni dal cielo, per distruggere la flotta e vari arsenali siriani di armamenti e munizioni, altrimenti destinati a cadere nelle mani dei jihadisti; ma anche, e soprattutto, nella ridefinizione strutturale dell’intero scacchiere mediorientale, della quale ha più volte parlato recentemente Netanyahu;
- USA, che, pur rimanendo alla finestra e senza colpo ferire, incassa il ridimensionamento di Russia e Iran; benché probabilmente al prezzo di un’ulteriore, pericolosa instabilità regionale.
Come si vede già da queste poche osservazioni d’insieme, il quadro è davvero complesso. Qual è stata, se c’è stata, la nostra parte di responsabilità, come occidentali? Dove nasce la nostra persistente difficoltà di lettura degli accadimenti orientali?
A chi avesse un genuino interesse a rispondere a queste domande, con uno sguardo lungo e con riferimento non solo al Medioriente, ma più in generale a tutto ciò che per noi non è “Occidente”, consiglierei la lettura del saggio Orientalismo di E.W. Said, scritto nel 1978, ma sempre attualissimo.
[1] La prima tregua della guerra civile siriana fu siglata il 25.2.2016 da un centinaio (sic) di gruppi di ribelli, come riportò Josh Wood in The National del 27.2.2016