Talvolta nasce una parola nuova. Attribuiamo un nome a qualcosa che aleggia nella comunicazione all’interno del nostro ambiente o emerge dalle nostre elucubrazioni, per soddisfare un’esigenza di sintesi, di sistematicità o di autoidentificazione; e, se ha fortuna, esso permane nel tempo e si radica nel linguaggio tecnico di un gruppo di specialisti o nel linguaggio comune, di un numero significativo di persone qualsiasi. Quando poi, con il susseguirsi delle generazioni, diventa del tutto abituale e familiare, ci dimentichiamo della sua origine convenzionale e quel qualcosa, per il fatto stesso di essere nominabile, acquisisce una certa concretezza – e noi ci affanniamo a definirlo, a cercarlo come se dovesse avere per forza una sua realtà intrinseca.
Alcuni milioni di adulti credono nell’esistenza reale della forma spettrale di una persona defunta, pur non essendo mai stata dimostrata scientificamente. Se la parola “fantasma” non esistesse da millenni (e nella lingua italiana dal duecento), ci crederebbero con uguale convinzione?
La parola “frutta” così come la parola “felino” (e tanti altri simili iperonimi) indicano qualcosa di ben conosciuto da chiunque, ma non hanno un referente in natura, dove invece si trovano mele, pere, banane e, rispettivamente, tigri e gatti.
Ebbene, per la parola “coscienza” direi che è avvenuto qualcosa di simile.
Anche in questo caso della “coscienza” si parla da millenni, sin dai tempi dei filosofi dell’antichità greca, e, più propriamente, dal seicento, in particolare da Cartesio (1596-1650). Ne sono state date molte definizioni, è stata al centro di molte, profonde e articolate riflessioni teoriche e, ultimamente, è oggetto di sofisticate ricerche nei laboratori di neuroscienze – ma senza grande successo.
Il motivo di questa inafferrabilità potrebbe essere che semplicemente non esista. Intendiamoci, nessuno nega l’esperienza soggettiva della coscienza, che ciascuno di noi (escluse particolari patologie) vive distintamente ed in continuazione, come consapevolezza di sé e dell’ambiente che lo circonda; senza disporre di questo indispensabile strumento non saremmo qui a disquisirne. Potrebbe non esistere nel senso che in effetti non si trova da qualche parte, non è identificabile, non è una funzione a sé stante, ma il “precipitato”, con qualità e misura di volta in volta diverse, a seconda delle specifiche circostanze, di funzioni oggettivabili, quali in particolare la percezione e l’attenzione.
Così stando le cose, la questione della coscienza nell’AI assumerebbe almeno tre importanti risvolti. In primo luogo, non sarebbe né necessario né possibile “infondere” nell’AI una coscienza; essa sarebbe destinata a scaturire naturalmente, non appena un’AI in forma robotica disponesse di adeguati sensori e anche di una certa libertà di movimento. Questo progresso potrebbe avvenire in tempi davvero fulminei, se paragonati ai tempi lunghi dell’evoluzione della nostra specie umana. E, nel corso della transizione, ci porrebbe il non facile problema di come accertare se ci sia, in che misura ci sia, o se non ci sia ancora, nelle singole, diverse applicazioni.
Poi, ovviamente, si porrebbero delle intricate questioni etiche, circa il nostro modo di porci e le nostre responsabilità di umani, nei confronti di esseri che non potremmo più limitarci a considerare delle semplici macchine, per quanto intelligenti ed utili.
Infine, sin da subito, sarebbe un modo estremamente interessante per capire empiricamente proprio i meccanismi dell’emergere e dell’evolversi della nostra stessa coscienza, osservandoli per così dire in vitro.
A questo proposito mi piace qui ricordare l’interessante linea di studi, avviata diversi anni fa dal gruppo del CNR di Domenico Parisi (1934-2021), autore di Future Robots: Toward a Robotic Science of Human Beings, pubblicato nel 2014. L’idea centrale era appunto quella di simulare funzioni e processi umani non ben compresi dalle scienze umane, andando ad osservare come questi si determinavano e si svolgevano autonomamente, programmando mediante reti neurali un robot virtuale (all’epoca quelli reali non erano ancora dotati di AI).
Per quanto ne so, questi studi non si sono poi sviluppati come forse avrebbero meritato; salvo rifiorire recentemente, ancora in Italia, all’IIT di Genova, per merito di Agnieszka Wykowska.