La sagra del moralmente corretto.

In questi giorni siamo travolti da un fiume in piena di notizie sul conflitto israelo-palestinese, non tutte veicolate in modo impeccabile. L’informazione è spesso faziosa – da questa, però, con un po’ di attenzione e di accortezza, ci si può anche difendere; in altri casi è suggestiva o addirittura subliminale – da questa è invece più difficile proteggersi, perché a prima vista appare indiscutibile, piena di buon senso comune e, se la condividiamo, ci fa sentire dalla parte giusta; oppure viene introiettata in maniera semplicemente inconsapevole.

Ad esempio, in queste ore si sente dire che le vittime palestinesi ammonterebbero già a 5.000, delle quali 2.000 sarebbero dei bambini. Qual è la nostra reazione a questa sottolineatura relativa alla morte di tanti piccoli innocenti? Ci viene spontaneo pensare che gli attacchi siano particolarmente spietati e vili. In realtà, questo non dipende dalle caratteristiche dei bombardamenti, quanto piuttosto dalla composizione per età di quella particolare popolazione, formata per il 40% appunto da bambini; purtroppo il 40% di 5.000 equivale esattamente a 2.000. Nel caso p.e. di Trieste un analogo numero totale di vittime comporterebbe, con un’altissima probabilità, la morte di 1.500 over 65, che rappresentano appunto il 30% di quest’altra popolazione.

Un’altra affermazione che si sente ripetere di continuo e con la quale non possiamo non essere d’accordo è: “dobbiamo distinguere Hamas dai palestinesi”. Giusto[1] – peccato che nessuno dica come. Non mi riferisco qui all’orientamento politico dei palestinesi o alla loro adesione più o meno convinta alle scelte violente di chi li rappresenta. Molto più concretamente penso alla distinzione “sul campo” tra combattenti e civili. Non mi sembra che tutti i combattenti pro Hamas indossino delle divise, portino dei particolari segni di riconoscimento fissi e visibili a distanza, espongano sempre apertamente le loro armi, evitino accuratamente di mischiarsi con i loro concittadini civili.

Non è più tempo di battaglie campali, come quella notissima di Waterloo, nel corso della quale i due eserciti, quello francese e quello inglese, si fronteggiarono in tutto lo “splendore” delle loro insegne smaglianti, delle loro uniformi colorate e persino dei loro ottoni squillanti, su un terreno di scontro ben delimitato, lontano da qualsiasi insediamento. Almeno dalla metà del secolo scorso in poi il coinvolgimento, quanto meno indiretto, delle popolazioni civili è diventato inevitabile e quasi scontato. Per questo motivo il Diritto Internazionale Umanitario, alle cui norme aderiscono esplicitamente circa 170 Paesi, ha fornito delle indicazioni precise[2], volte proprio alla protezione dei civili e dei loro beni, nell’ambito dei conflitti armati.

Comunque, come minimo bisogna capirsi sul significato delle parole. A proposito di civili, nei giorni scorsi Hamas avrebbe dichiarato di essere pronto a rilasciare tutti gli ostaggi civili. Tuttavia sembra che per “civili” intenda tutti quelli che non abbiano mai fatto il servizio militare; quando è noto che in Israele, da sempre, tutti, uomini e donne, sono tenuti a prestare il servizio militare per 32 e 24 mesi, rispettivamente.

Il DIU fornisce delle precise indicazioni anche per quanto riguarda gli obiettivi d’interesse militare. Fa male ricordarlo, ma quando un attacco è lanciato contro un obiettivo militare, il DIU giustifica la morte dei civili. Come sono definiti gli “obiettivi militari” dal DIU? Per essere tali la loro distruzione, totale o parziale, deve rappresentare un contributo effettivo all’azione militare e il vantaggio che ne deriva dev’essere preciso, concreto e diretto. Il rave party e i kibbutz oggetto delle atrocità del 10/7 senza alcun dubbio non rispondevano a questi requisiti.

La questione è particolarmente delicata con riferimento ai beni c.d. “dual use”.  Anche un ufficio postale o una scuola sono legittimamente considerati un obiettivo militare, se ospitano truppe, attrezzature, munizioni, vettovaglie, ecc. nemiche. Nel caso di Gaza ed in particolare di Gaza City, in un territorio molto limitato ed altamente urbanizzato, per dissimulare ogni obiettivo militare Hamas ha utilizzato senza scrupoli parte di edifici civili e, soprattutto, ha scavato un gigantesco intrico di gallerie e ambienti sotterranei, senza preoccuparsi di farlo lontano dagli insediamenti civili, anche per farsene, all’occorrenza, scudo. La vastità e la pervasività di quest’opera è, tra l’altro, testimoniata dalle migliaia e migliaia di razzi, importati clandestinamente attraverso questi percorsi sotterranei, realizzati negli anni scorsi, benché i razzi non siano proprio degli spilli e nonostante lo strettissimo controllo degli accessi via terra e via mare.

Non occorre essere degli esperti militari per capire che in questa situazione è praticamente impossibile, con le migliori intenzioni e pur usando armi e modalità d’intervento “chirurgiche”, colpire da lontano obiettivi militari sotterranei senza danneggiare ciò che vi sta sopra; o edifici ad uso promiscuo, civile e militare, risparmiando la parte civile.

Un’ultima osservazione riguarda il carburante, necessario per produrre l’elettricità indispensabile negli ospedali. Opporsi alla sua introduzione a Gaza con dichiarate finalità umanitarie potrebbe sembrare un’inutile crudeltà, ma purtroppo il carburante non serve solo a questi scopi ed è realistico temere che Hamas lo userebbe per scopi militari; altrimenti perché non alimentare i generatori degli ospedali con il carburante stoccato nei loro depositi già da tempo, proprio in vista di questo conflitto?

[1] Giusto e conforme con il c.d. principio di distinzione, che recita: Nella condotta delle ostilità l’obbligo fondamentale delle parti di un conflitto armato è dirigere gli attacchi soltanto contro i combattenti e gli obiettivi militari, distinguendo da questi la popolazione, le persone e i beni civili che non devono essere oggetto di attacchi. [2] Primo protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, adottato a Ginevra l’8 giugno 1977; in particolare: art. 51 – Protezione della popolazione civile; art. 52 – Protezione dei beni di carattere civile.

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