L’uomo bicentenario.

L’abbiocco dei giorni di CoViD-clausura mi ha portato una sera a rivedere in TV un vecchio film, uscito in Italia nel 2000, dal titolo originale “Bicentennial Man” (1999), interpretato da Robin Williams; un bravo attore, che amo molto, nonostante la sua tendenza ad interpretare ruoli un po’ zuccherosi.

La sceneggiatura (discutibile) è scritta da Nicholas Kazan, figlio del più famoso Elia Kazan, e si ispira all’omonimo racconto del grande Isaac Asimov.

La storia è inizialmente ambientata nel XXI secolo (oibò, ci siamo …) e narra di un robot positronico di nome Andrew, con l’anomalia (unica rispetto a tutti gli altri esemplari della serie NDR alla quale appartiene) di possedere in nuce alcune tra le migliori doti umane, che nell’arco di un paio di secoli affina notevolmente, “incarnandole” fino al punto da essere formalmente riconosciuto come un essere appartenente alla razza umana.

Il film, nonostante una seconda parte noiosetta, stimola la riflessione e c’induce a porci qualche domanda. Per esempio, un’anomalia costruttiva (un “errore” – v. post “Che errore!”), sempre possibile, sarebbe attualmente in grado di generare in un robot sentimenti ed emozioni (magari non tutti positivi), anche vagamente simili a quelli che prova Andrew? Se, come penso, la risposta è negativa, cosa manca per poterci arrivare, almeno in linea di principio? Ci arriveremo? E quanto manca?

Lascia un commento.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.