Se è così con il CoViD19, figuriamoci.

E’ trascorso poco più di un mese dalla pubblicazione del post “Coronavirus – di cosa stiamo parlando?”, ma sembra un anno. Attualmente nel mondo si contano 70 mila decessi “ufficiali” da (o con) il coronavirus, 1.3 milioni sono i contagiati accertati (quelli non direttamente accertati potrebbero essere anche 10 volte di più) e 4 miliardi di persone (letteralmente metà della popolazione mondiale) sono sottoposte a misure più o meno severe di restrizione della libera circolazione, quando non di vera e propria quarantena o addirittura di isolamento stretto. E non è finita. Purtroppo la diffusione nelle varie regioni del mondo, e talvolta anche all’interno di un singolo Paese, si è andata sviluppando in modo asincrono, con ritardi temporali nell’ordine di diverse settimane. La mia principale preoccupazione, al momento, è che questo possa innescare un circolo vizioso, che allungherà di molto i tempi della normalizzazione. C’è il rischio concreto che, quando in un territorio la virulenza inizierà a smorzarsi, i contagi “di ritorno” la possano riaccendere, come sembra stia accadendo nella provincia di Hubei, da cui tutto è iniziato nella seconda metà del mese di Novembre 2019 e che un paio di settimane or sono non registrava più nuovi casi interni d’infezione.

Chi se lo sarebbe potuto aspettare? Sembra davvero di vivere sul set di un film di fantascienza e la prospettiva era così lontana nell’immaginario collettivo che non solo le popolazioni si sono trovate ad affrontare questa emergenza del tutto impreparate, ma anche i loro Governi ed i loro sistemi sanitari, persino dopo l’inizio e durante la progressiva diffusione dell’epidemia. E non mi riferisco a piccole realtà marginali, ma a grandi Paesi come l’UK di Boris Johnson o gli USA di Donald Trump, che troppo a lungo hanno deliberatamente ignorato l’evidenza e la dimensione del pericolo, già molto faticosamente fronteggiato da uno dei migliori e più avanzati sistemi sanitari del mondo, come quello italiano. Ancora oggi un civilissimo Paese come la Svezia sta incominciando a considerare la possibilità di adottare misure obbligatorie di distanziamento e la Svizzera, che pure sta vivendo una situazione percentualmente peggiore di quella italiana (un contagiato ogni 480 abitanti), domenica prossima terrà regolarmente a Ginevra le elezioni amministrative.

Questa, molto in sintesi, la parte sanitaria. Cosa succederà nel prossimo futuro delle nostre economie, dei nostri stili di vita, dei nostri modelli di sviluppo, delle nostre abitudini di consumo, del benessere abbastanza diffuso, ancorché sconciamente ineguale, è oggetto delle più fosche previsioni e di qualche timida speranza di vivifica palingenesi. Al momento, però, apparentemente è tutto sospeso, un po’ congelato, come il fermo immagine di un documentario sul polo nord.

In realtà non è proprio così; almeno qui da noi, in Italia.

A parte, ovviamente, il sistema medico-sanitario, che in tutte le sue diverse componenti lavora con grandissimo merito al 150%, alla Protezione Civile ed alle Forze dell’Ordine, molto altro si sta silenziosamente muovendo, dato che non ci manca nulla di veramente indispensabile. Certo, il regime di “arresti domiciliari”, al quale siamo sottoposti ormai da settimane, è più o meno faticoso per tutti; però abbiamo l’elettricità, il telefono, la radio e la TV, Internet, i giornali, l’acqua corrente potabile, i trasporti locali e molti servizi di lunga percorrenza; non mancano i generi alimentari, né quelli per l’igiene della casa o personale; possiamo far arrivare al nostro domicilio praticamente qualsiasi cosa (tranne, ahimè. le mascherine e i saturimetri da dito), compresa l’indispensabile pizza. Le strade sono pulite, i nostri rifiuti vengono prelevati e smaltiti almeno come prima, se non meglio; possiamo prelevare denaro contante ai bancomat e ordinare qualsiasi operazione bancaria online; vengono regolarmente accreditate le pensioni e viene consegnata la posta; le scuole e gli insegnanti cercano con molto impegno di colmare il loro digital divide e mantengono online il contatto con gran parte dei loro alunni, che certamente ne beneficiano, quanto meno sul piano psicologico.

Naturalmente vivere per settimane in quattro persone in un piccolo appartamento, senza un terrazzino, senza vedere dalla finestra uno spicchio di verde o di azzurro, senza un cane da portare legittimamente a spasso più volte al giorno, con qualche difficoltà economica e magari “distanziando” un componente contagiato del nucleo familiare, non è facile. Però anche in questa condizione (purtroppo solo una delle tante che si possano prendere ad esempio e nemmeno la più drammatica) rimane il conforto, spesso inconsapevole, ma non per questo meno presente, di non correre seri rischi per l’incolumità fisica propria e dei propri cari; di non dover sottostare ai soprusi e alle violenze di bande, milizie, tribù e malviventi vari; di non doversi armare o mettersi sotto la protezione di chicchessia per evitarlo, ma di poter comunque contare sulle tutele di un ordinamento giuridico democratico e di uno stato solido, pienamente in grado di farlo valere; di non dover combattere tutti i giorni letteralmente per non morire di fame, confrontandosi con gli insostenibili eccessi della borsa nera.

Perché questo è lo scenario tipico di chi viva l’esperienza di una guerra, di un conflitto a “bassa intensità”, dei bombardamenti, dei danni collaterali ai civili, dell’oppressione cieca e feroce di alcuni regimi autoritari, delle grandi crisi umanitarie; dei lutti, delle privazioni, delle ferite fisiche e psichiche, che ne derivano, protratte talvolta per generazioni, senza soluzione di continuità.

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