Coronavirus – di cosa stiamo parlando?

Se si consulta il portale dell’Istituto Superiore della Sanità, si legge che “mediamente, le sindromi simil-influenzali (ILI – Influenza Like Illness) colpiscono ogni anno il 9% della popolazione italiana, con un minimo del 4%, osservato nella stagione 2005-2006, e un massimo del 15% registrato nella stagione 2017-2018”. Da Ottobre 2017 ad Aprile 2018 si sono stimati in Italia quasi 8 milioni e settecentomila casi.

Ogni anno si verificano alcune centinaia di decessi attribuiti direttamente all’influenza (morti “di” influenza), ma 7-8 mila persone muoiono “con” l’influenza, per conseguenze e complicanze di questa infezione. Dividendo 7 mila casi per le circa 30 settimane, nel corso delle quali in genere le varie forme d’influenza sono più virulente, si vede che in Italia (in media, ogni anno, in quel periodo) i decessi superano abbondantemente i 200 alla settimana.

Nel momento in cui scrivo questo post, in tutto il mondo meno di 10.000 persone (il 99% delle quali in Cina, con una popolazione di 1 miliardo e 450 milioni) sono risultate infette dal coronavirus denominato SARS-CoV-2 e poco più di 200 ne sono morte; il che significa che la mortalità (più correttamente la “letalità”, cioè il rapporto tra il numero dei decessi e il numero degli infettati accertati) è nell’ordine del 2%. Nonostante l’evidente sproporzione dei dati che caratterizzano la “normale” influenza e il coronavirus attualmente alle cronache, ovunque c’è una grande attenzione, tutti i mezzi d’informazione italiani ne parlano quotidianamente, i sistemi sanitari sono allertati, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) è attivamente vigile, le Autorità pubbliche sono impegnate a predisporre ogni forma di difesa preventiva, nonostante le possibili conseguenze negative sul piano economico e sociale.

Come si giustifica questo atteggiamento apparentemente eccessivo? Forse dipende anche dal ricordo ancora vivo della pandemia influenzale c.d. Spagnola (1918), che colpì un terzo della popolazione mondiale e che provocò 50 milioni di decessi (alcuni addirittura ipotizzano fino a 100 milioni); ma soprattutto dall’insegnamento indelebile che lasciò: se non hai antidoti efficaci (vaccini o cure) e la popolazione interessata non ha già sviluppato degli anticorpi, l’unica difesa consiste nel controllo rigoroso della diffusione quando sei ai primissimi stadi. Se lasci che si sviluppi liberamente, poi diventa concreto il rischio che i sistemi sanitari, anche quelli più evoluti, vengano travolti. Del resto è il vecchio adagio della quarantena, che risale addirittura al XIV secolo, come misura di contenimento della peste, che uccise “solo” 20-25 milioni di europei, che però all’epoca rappresentavano 1/3 della popolazione totale.

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