La YBR.

Nel suo breve indirizzo di saluto, in apertura dell’incontro del 10 gennaio 2023, promosso dalla Rome Call for AI Ethics, il rabbino Eliezer Simha Weisz ha ricordato che tutte le preghiere ebraiche terminano con un’invocazione, che in italiano suona più o meno così: “Rendimi capace di migliorare il mondo”. Per l’etica ebraica, infatti, migliorare il mondo è il primo dovere di ogni uomo sulla terra – obiettivo senz’altro condivisibile da tutti, ammesso di sapere di quale “mondo” si tratti e, soprattutto, cosa significhi “migliorarlo”.

Se il mondo è quello improntato ad una tecnologia sempre più spinta ed autonoma, come garantirsi che essa porti reali benefici, che serva l’umanità a vantaggio di ciascuno e a tutela di tutti, come auspica anche papa Francesco? Nell’immaginario del mago di OZ la risposta sarebbe semplice: basta percorrere la strada di mattoni gialli (Yellow Brick Road), la strada che porta al successo e alla felicità. Nella nostra realtà la questione è un po’ più complessa e dobbiamo ammettere che storicamente non proprio tutte le tecnologie hanno seguito la YBR.

Del resto, un ulteriore precetto ebraico suggerisce che l’uomo deve poter controllare tutto quello che crea; non a caso, nelle leggende ebraiche che riguardano Golem, alla fine, per evitare conseguenze catastrofiche, l’umanoide d’argilla che sfugge al controllo viene sempre disattivato o semplicemente distrutto.

Dal canto suo, lo sceicco Abdallah bin Bayyah osserva che le questioni filosofiche ed etiche sollevate da alcune forme di AI comportano la necessità di rispondere a delle domande fondamentali, tra le quali: Come controllare un sistema che può rivelarsi più intelligente di noi? Come possiamo metterci al riparo dalle conseguenze indesiderate delle applicazioni di AI?

Basterà saper rispondere a queste domande? Francamente ne dubito, anche perché nel nostro mondo, altamente globalizzato ed interconnesso, quando nasce un nuovo “Golem” ne nascono contemporaneamente molte altre versioni, sparse un po’ ovunque, sotto il controllo non di un singolo buon-padre-di-famiglia, ma di aziende, gruppi, paesi con orientamenti ed interessi diversissimi, talvolta anche molto poco etici.

La risposta di sintesi che si desume dal meeting è: “dobbiamo insegnare l’etica alle nostre macchine [dotate di AI]” (Mario Rasetti), ispirandoci a principi quali la trasparenza (i sistemi di AI devono essere chiari e spiegabili); la responsabilità (coloro che progettano e implementano l’uso dell’AI dovrebbero farlo in modo responsabile); e l’affidabilità (occorre compiere ogni sforzo per garantire che i sistemi di intelligenza artificiale funzionino in modo affidabile).

Tutto questo va bene, però non penso proprio che un giorno si rivelerà sufficiente; se vogliamo sopravvivere come specie umana, dobbiamo, almeno in prospettiva, fare molto di più: dobbiamo insegnare loro ad essere intrinsecamente etiche; a ragionare, a prendere delle decisioni e ad agire in modo intrinsecamente etico. Secondo un’etica, si badi bene, di gran lunga superiore alla nostra, che in passato non ci ha impedito di eliminare interi gruppi etnici, senza particolari patemi d’animo (e.g. indiani d’America, indigeni canadesi, aborigeni australiani, ecc.)  – è questa la vera, vitale, complicatissima sfida. E dobbiamo anche convincere i governi di tutti i paesi più avanzati e i responsabili di quella dozzina di multinazionali paragonabili ad uno stato per mezzi e per potere, ad accordarsi per adottare tutte le misure necessarie – e questa è la seconda sfida, di portata e difficoltà non inferiori a quella precedente.

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