Nonostante il Governo italiano abbia autorizzato la riapertura dei cinema a decorrere dallo scorso 15 giugno, moltissimi, viste le restrizioni comunque imposte per contenere la diffusione del Coronavirus, hanno valutato questa opportunità economicamente non conveniente e non la hanno colta; così la maggior parte di noi ha continuato a vedere i film a casa.
Ieri sera Rai Movie ha proposto in prima serata Transcendence (2014), con un buon cast di attori, diretti da Wally Pfister. La trama ė, nel suo genere, abbastanza originale: una intelligenza artificiale non specifica, già molto evoluta, viene “ibridata” con schemi e processi mentali umani, trasfusi direttamente dal cervello biologico del protagonista, che la ha creata e che scopre di essere in punto di morte, a causa di un avvelenamento da polonio. Dal momento del trapasso, la macchina inizia a sviluppare un programma di conquista del mondo tutto suo, ma con le sembianze sempre più concrete del defunto e l’aiuto mondano inconsapevole della moglie, decisa a mantenere in vita almeno qualcosa del caro defunto e gratificata dal risultato. Gli sviluppi dell’AI sono molto rapidi ed efficaci, grazie anche all’utilizzo di Internet e delle nanotecnologie. Nell’arco di un paio d’anni vengono sviluppati procedimenti e apparecchiature in grado di riparare oggetti ed individui umani, che, oltre a sopravvivere, acquisiscono poteri sovraumani e vengono interconnessi tra di loro e con la AI.
Non rivelerò il finale del film, per non togliere a chi decidesse di vederlo il piacere di scoprirlo da sé. Vorrei però considerare un paio di punti, plasticamente evidenziati dalla scenografia di Jack Paglen.
La “trascendenza”, alla quale si riferisce il titolo, riguarda la AI, che acquisisce sentimenti umani (l’amore inestinguibile per la moglie; l’impulso – peraltro interessato – a guarire esseri umani e ambiente naturale), oppure la mente umana, che in questo modo si può giovare dell’accessibilità a enormi quantità d’informazioni e della superiore velocità di elaborazione? In entrambi i casi la risultante entità “trascendente” sarebbe comunque ben lontana da quella “immanente” che conosciamo oggi, e molto più potente e imprevedibile.
Per agire nel mondo fisico la AI ha bisogno di braccia, di gambe e di organi dei sensi, possibilmente potenziati rispetto agli attuali. Nel nostro film, oltre all’umanissimo e devoto contributo iniziale della moglie, la AI si avvale di esseri umani, anch’essi opportunamente “ibridati” (si noti il processo inverso rispetto quello iniziale) e interconnessi, che ci appaiono come zombies orribili e inquietanti. Forse (più verosimilmente) al loro posto avrebbero potuto esserci dei lucenti robot, senza mutare le prospettive ultime dell’umanità; anche se il controllo diretto di una mente (per ora solo fantascientifico) è senza dubbio più efficace (benché raccapricciante) di quello indiretto, basato su condizionamenti vari (media, pubblicità occulta, pressioni psicologiche o materiali, …).
In termini di minaccia (ma anche, per converso, di contrasto) è essenziale la connessione in rete. Internet ha radicalmente cambiato persino il taglio dei racconti di fantascienza. La minaccia ha ora inevitabilmente carattere globale e si concretizza in tempi rapidissimi. Come per il rischio nucleare e per quello ambientale non ha molto senso ragionare sul “dopo” catastrofe – con la differenza che in questi due casi la minaccia è ben chiara e presente. Molto più subdola, sfuggente e sottile è viceversa la minaccia derivante da una AI in grado di apprendere autonomamente, di replicarsi, di connettersi globalmente, di celarsi ai più, di sfuggire ad ogni controllo. Il mito dell’apprendista stregone è antico e si trova in varie forme in tutte le culture; ma è più che mai attuale e presente.